Il tram di Porta Vittoria stazionava nel solito angolo della piazza, impudente di grettezza, ai piedi del colosso di marmo, dalle innumerabili guglie — il colosso che pare più superbo, più fantastico e maraviglioso, dacchè la parte moderna della piazza, borghesemente pretenziosa, stona di più col carattere trascendentale della illuminazione.
Entrai nel carrozzone, ancora completamente vuoto, rassegnato ad aspettare.
Le redini erano legate, la frusta riposava; forse i cavalli stiacciavano un sonnellino.
Cercai con gli occhi il cocchiere. Era giù, presso ai cavalli, piantato sui suoi stivaloni, ampi, rigidi, come due cassette di legno.
Sotto al pastrano si disegnava un corpo di atleta, dalla nuca turgida, dalla testa forte; un po' tozzo.
Una donna e un fanciullo erano arrivati presso di lui in quel momento, correndo, leggermente ansanti.
Il fanciullo si attaccò al pastrano paterno sghignazzando; allungò una manina ardita verso la pancia del cavallo.
La donna aveva tolto una calderina di latta di sotto allo scialetto, e la porgeva al marito.
— Speriamo sia calda! —
L'uomo non rispose subito tutto occupato a scoprire la calderina.