— Fuma!

Tutti e due sorrisero di compiacenza.

Il cocchiere cominciò a rimestare col cucchiaio una minestra di riso e verdura, densissima, calcata.

— Ho molta fame! — mormorò — non ho avuto tempo neppure di mangiare una mezza micca.

— Mangia presto, dunque; che non ti tocchi come l'altro giorno!

Egli scrollò il capo, e cominciò il suo desinare, in piedi, vicino ai suoi cavalli, in mezzo al rumore e al via vai della gente.

Aveva un modo singolare di empire il cucchiaio e di empirsi la bocca. Certamente doveva essere il risultato di una lunga abitudine e di uno studio particolare.

Con meravigliosa sveltezza faceva girare il cucchiaio nella calderina in modo da raccogliere la maggior quantità possibile di minestra; poi, invece di portarlo alla bocca come facciamo tutti — il che gli sarebbe stato impossibile senza impiastricciarsi il naso — appoggiava delicatamente le labbra sul mucchio della minestra, e alzava il cucchiaio, girandolo rapidamente, eseguendo insomma una curiosa manovra, in virtù della quale, a me pareva, non che egli mangiasse, ma empisse di malta e ghiaia una buca profonda e stretta, con la preoccupazione di far molto presto e di non imbrattarne gli orli.

A manovra compita, prima di prepararsi una seconda cucchiaiata, egli alzava la testa e spingeva lo sguardo scrutatore fino in fondo alla strada, che va diritta da piazza del Duomo a piazza Fontana.

Niente! Un sospiro di sollievo, e un'altra cucchiaiata colma come la precedente.