Quegli stessi uomini e quelle stesse donne che tante volte attentarono alla loro vita, ora si sono messi a nutrirli amorosamente in omaggio alla morta.

Pare però che i due gatti non vogliano più affezionarsi a nessuno e rimanere indipendenti nel loro naturale egoismo.

Non seguono nessuno, non vanno incontro a nessuno. Si vedono quasi sempre allo stesso posto, sulla finestrella rotonda in fondo allo scalone, ritti sulle zampine davanti, quelle di dietro ripiegate sotto il corpo, immobili, col musino sporgente, nella loro posa di bestie monumentali. Forse aspettano sempre la vecchia. Forse filosofeggiano sulla tristezza e la mutabilità delle cose umane.

Sembrano gli dèi lari dell'antica casa.

AL PIANOFORTE.

Si ballava tutti i sabati.

La sala, a terreno, in fondo a una corte, somigliava sempre un poco ad un magazzino, quantunque i soci avessero fatto sforzi incredibili per trasformarla e darle un aspetto elegante e gaio.

Tutti giovani, allegri, smaniosi di divertirsi, i soci del Se sa minga; non molto provvisti di denari, ma punto tirati nello spendere.

Avevano fatte le cose per benino; l'impiantito era coperto da un buon tappeto; l'illuminazione, se non sfarzosa, sufficente; e le nude pareti dipinte a calce, nascoste e decorate con stoffe, quadri, specchi, fiori e frondi. La decorazione rivelava la mano e lo spirito di alcuni artisti — pittori e scultori — sparsi tra i soci, i quali nella maggioranza erano impiegati governativi o municipali o ferroviarii, od anche semplici negozianti di stoffe, nastri, colori ed altre cose.

Ma la parte meglio riescita, quella che dava maggiori compiacenze al direttore del Se sa minga, — un buon giovinotto che faceva le prime armi nella critica teatrale — era la musica. Un eccellente piano, un Erard dalla voce sonora, pastosa e squillante; e una suonatrice.... oh! una vera artista e una vera signora per di più.... poverina!