Aveva allora sedici anni, e il suo cuoricino cominciava a risvegliarsi, come le farfalle che si preparano a uscire dal bozzolo al principio di primavera.
E il suo briciolo di poesia l'aveva letto anche lei!
La vita elegante e lussuosa della città le faceva impressione; i suoi occhietti vispi, lucenti, si fermavano con molto piacere sulle meraviglie delle vetrine e s'imbattevano con altri occhi giovani e avidi di piacere.
Le anticamere fredde, scure, con quella impronta di noia ch'è la caratteristica degli uffici, le mettevano l'uggia addosso. Pensava alle sartine, alle modiste eleganti che vedeva girare liberamente per le vie affollate, entrare nei grandi negozi, scegliere le belle stoffe, i ricchi ornamenti, chiacchierando, ridendo, senza sopraccapi di studi; e le invidiava nel suo segreto. Ma non avrebbe osato palesare quest'invidia alla mamma, che parlava con disprezzo di quella gente.
Una mattina s'erano alzate presto per recarsi dal Direttore della Normale, cui erano specialmente raccomandate, e poter discorrere con lui solo prima che arrivassero i professori, le altre concorrenti con le loro mamme, le maestre, i bidelli, che formavano l'interminabile processione di tutti i giorni.
Rivedeva distintamente la saletta dove il bidello le aveva introdotte perchè aspettassero. Fra le due finestre, una larga tavola nera; lungo le pareti, un fila di sedie fitte fitte; in alto, per ornamento, tanti piccoli quadri dalle cornici nere, coi disegni delle alunne più distinte, e diplomi d'onore ottenuti dalla Scuola stessa nelle esposizioni didattiche nazionali. Molto tempo ella s'era fermata a guardare le rose pavonazze dai contorni duri, le frutta di gesso, le foglie cincischiate, dove l'impazienza e l'incapacità artistica delle allieve e degli insegnanti erano rimaste impresse in una maniera indelebile.
Ma il Direttore tardò tanto che quelle glorie scolastiche finirono col nausearla, e non la fece sorridere nemmeno un certo diploma dove c'era un genietto che minacciava uno schiaffo ad ogni spettatore.
Intanto la saletta si era popolata di altre persone. Una signora grassa, molto espansiva, raccontava ad alta voce che lei aveva avuto l'onore di presentare a S. M. il Re Vittorio Emanuele un lavoro delle sue mani, cioè un ritratto del Re stesso ricamato a punto di litografia sopra gros bianco. Non faceva per vantarsi, ma gl'intelligenti avevano attribuito a quel lavoro un valore di diecimila lire. Sua Maestà le aveva mandato in cambio un piccolo brillante, di cui ella non aveva mai cercato il prezzo: che le importava? era per l'onore!
Nessuno rispondeva a questi discorsi, poichè ciascuno pensava a sè, come accade ordinariamente in simili luoghi. Solo due buone donne della campagna l'ascoltavano a bocca aperta: Ernestina e sua madre. E la madre, forse ancora più ingenua della figliuola, guardava la sua diletta con un sorriso beato, che parea dirle: sii brava, studia, così ti farai onore anche tu, non si sa mai: è dolce poter dire: io ho scambiato un dono con Sua Maestà.
— Povera mamma! — mormorò Ernestina, sorridendo malinconicamente a questo ricordo, mentre i suoi occhi si inumidivano.