Tre anni dopo quando ottenne la patente superiore, con tutti dieci in media, invidiata dalle compagne, festeggiata dai parenti, ella si credeva già molto esperta. Da lungo tempo aveva capito che le ragazze più belle od agiate si davano poco pensiero di studiare, e parlavano con molto più interesse degli amici dei loro fratelli, o dei loro cugini. Alcune raccontavano di essere fidanzate, e che aspettavano di compiere i diciotto anni per maritarsi. Ella non aveva fratelli e quindi neanche amici dei medesimi. I suoi cugini erano uomini maturi con moglie: e mai un giovane aspirante o sospirante s'era presentato nella povera casa di suo padre. Non era bella, ahimè! e le compagne glielo dicevano abbastanza chiaro. Era forse una rappresaglia a cui s'abbandonavano volentieri per umiliarla un poco, quando i professori la lodavano, citandola ad esempio, come un modello di diligenza.
Lei non sapeva vestirsi; lei faceva l'eccentrica; la donna superiore. Queste cose dicevano le ragazze per farla soffrire. E non era punto vero. Ella amava ingenuamente le fanciulle più belle; quelle che sapevano parere in gala con dei cencetti agghindati alla persona, le ispiravano una sincera ammirazione.
Ma non sapeva imitarle. Le sarebbe occorso troppo tempo; e nella sua coscienza di figliuola onesta, sapeva che il tempo non le apparteneva, che lo doveva ai suoi genitori, vale a dire allo studio.
Aveva fatto il suo dovere... almeno così le pareva. Ma dov'era andata la ricompensa su cui le avevano insegnato a sperare?
I suoi genitori erano morti con la convinzione di avere fatto, loro, tutti i sacrifizi possibili per la felicità di lei, e vedendola sempre seria e triste, l'avevano accusata d'ingratitudine.
— E forse avevano ragione! — sospirò chinando la fronte.
Ma che colpa ne aveva lei se il peso della sua esistenza le pareva troppo grave per mostrarsi lieta?
Ora era arrivata nel dormitorio delle grandi: nel noto stanzone dov'ella aveva dormito per ben sette anni, laggiù in fondo; in quel lettino nascosto dalle tendine bianche. Ella rimase un momento immobile con gli occhi fissi, senza deporre il lume. Quanta parte di sè lasciava fra quelle pareti, dove un'altra, probabilmente una infelice come lei, sarebbe venuta a prendere il suo posto. Quante volte aveva pianto dietro a quelle tende, nascondendo la faccia sotto il lenzuolo, per non essere intesa da qualche educanda curiosa e di sonno leggiero. I primi anni specialmente, quando non poteva abituarsi a dormire in mezzo alle alunne, quante volte era stata sul punto di dare le sue dimissioni. L'aveva trattenuta una sorda paura dell'ignoto. Suo padre — la madre se n'era già andata da alcuni anni! — era morto allora allora; perciò, non avendo più da pensare altro che per sè, ella aveva lasciato la direzione di una scuola mista, in una città della Calabria, dove guadagnava assai più, ma dove le sue forze si consumavano in una eccessiva fatica.
Il nuovo posto, quantunque meno lucroso, era più signorile per l'importanza del collegio e per le comodità materiali di cui erano circondate le maestre, o meglio, le istitutrici, poichè questo era il titolo che qui avevano. Ed era appunto ciò di cui ella sentiva maggior bisogno, con la sua salute delicata. Così si rassegnò; e a poco a poco finì con l'abituarsi alla nuova vita, e si fece benvolere da tutti, perfino dal cappellano, quantunque i suoi principii, ch'ella non sapeva nascondere, fossero poco favorevoli alle pratiche esteriori del cattolicismo.
E ora... trach!... nella sua vita si faceva un nuovo strappo, mille tenui legami si frangevano; ella doveva cominciare un nuovo tirocinio per approdare — chi sa! — forse a meglio, forse a peggio!