Uscì dal dormitorio, dove non sarebbe più ritornata, mandando ancora un saluto al suo lettuccio bianco, immerso nell'ombra; poi traversò il corridoio per arrivare allo scalone che conduceva alle stanze di scuola e alle grandi sale di ricevimento.
Nel corridoio riscontrò il domestico, che si presentava in una maniera molto curiosa sul fondo buio dello scalone, con un materasso in ispalla, un lumino in mano, e il grosso cane bastardo dal pelo lungo che camminava gravemente dietro le sue gambe.
— Oh, Pietro! — esclamò — m'avete quasi fatto paura! dove andate con quel materasso?
Allora l'uomo alzò il viso sotto al suo carico e le spiegò, che per maggior sicurezza non dormiva mai nella stessa stanza, e nessuno doveva mai sapere dove egli dormisse.
— Di questo passo, vado a scegliere la mia reggia! — soggiunse, scoppiando in una risata sonora da uomo contento e ben nudrito, che rumoreggiò allegramente sotto l'ampia vôlta dello scalone.
Ernestina gli rammentò che partiva col diretto della mattina, e che lui doveva farle trovar pronta una vettura per le cinque e mezzo, e aiutarla a discendere le valigie. Poi si salutarono e si allontanarono in direzione opposta, e sprofondarono coi loro lumini nella vasta oscurità del corridoio e dello scalone.
Entrando nelle scuole, Ernestina non potè frenare un gesto di meraviglia davanti a quell'enorme disordine. Le ragazze, per far più presto a prendere i loro libri, i loro quaderni e le mille bazzecole di cui le collegiali fanno gran conto, avevano arrovesciati i loro cassetti sui banchi e buttati tutti i fogli inutili per terra, sparpagliandoli poi coi loro piedini inquieti e saltellanti.
Più tardi qualcuno dei servi doveva essere entrato, poichè gli scanni si trovavano tutti ammonticchiati in fondo a ciascuna sala, come esempi di barricate; ma nessuno s'era sentito l'animo di dare una spazzata e portar via quel grosso tappeto di carta, forse per la paura di rimetterci troppo tempo e accorciar la vacanza di qualche giorno.
Ernestina camminava lenta in punta di piedi, guardando attentamente se scorgeva qualche oggetto dimenticato.
Nella sala delle piccine andò diritta al tavolino della maestra, aprì il cassetto che chiudeva a molla, vi frugò dentro e in fondo, sotto a un arruffio di fogli, trovò la scatola coi fiori conservati nella bambagia. Una impercettibile curiosità gliela fece aprire. Vi era una bella rosa rossa, alcune gaggie, un mazzetto di viole ancora olezzanti, e in fondo, sotto all'ultimo strato di bambagia, un biglietto di visita con un nome d'uomo: Carlo Metelli. In terra, presso al tavolino, giaceva un abecedario che s'era aperto da sè al posto più tormentato, e mostrava una quantità di fregacci fatti colla matita da una manina nervosa.