Anche nella chiesa era un bisbiglio sommesso, un biascicamento di orazioni miste a sospiri. Le donne che si erano confessate la sera innanzi aspettavano l'ora della comunione.

Alcuni chierici finivano di adornare il sepolcro nella cappella laterale. In sagrestia, altri chierici si vestivano, preparavano gli oggetti per la prossima funzione, insieme a due pretonzoli venuti da un paese vicino per aiutare don Giorgio e buscarsi qualche soldo.

Nell'angolo più appartato, don Giorgio in cotta bianca e stola ricamata sopra la lunga veste nera, finiva di confessare gli uomini. Da due ore egli stava lì seduto, quasi immobile, nella luce tediosa di quella stanzuccia, nell'aria grave per tanti fiati misti al puzzo di moccolaia.

Una invincibile uggia abbatteva i suoi nervi; e il viso giovine, ancora fresco, dai lineamenti regolarissimi, appariva stirato, affranto: con dei lividori sotto ai piccoli occhi grigi, affondati, e intorno alla bocca tumida, sensuale. Alcune rughe precoci gli solcavano la fronte bianca; e la mano affilata, s'agitava per un moto nervoso nella schiacciante inoperosità. Nei movimenti del capo, il marchio sacerdotale luccicava come un disco d'avorio tra i folti capelli neri, nella luce filata che scendeva dalle alte finestre.

Di tratto in tratto, dopo di avere lungamente ascoltato, pronunciando appena le parole indispensabili, don Giorgio pareva preso da un grande interesse e si metteva a parlare con benevola effusione, curvandosi un poco sul penitente inginocchiato ai suoi piedi. Era la sua una eloquenza semplice e calda, alla portata di chi l'ascoltava: ispirata a una grande pietà. Dal pergamo o in confessione, le sue parole esprimevano quasi sempre un conforto, raramente un rimprovero. Ma egli sentiva l'inutilità del suo ardore; e una stanchezza mortale, uno sfiduciamento scettico s'impadronivano di tutto il suo essere, malgrado gli sforzi della volontà.

Nato in campagna, dotato di un corpo robusto, ricco di una esuberante giovinezza, don Giorgio soffriva specialmente della inoperosità materiale. Felice quando poteva maneggiare la zappa e la vanga nell'orto del presbitero; quando i doveri del suo stato lo portavano nel crudo inverno, o nella cocente estate, da una cascina all'altra, di paesello in paesello; per la campagna gelata o sotto al sole ardente. L'aria tepida della chiesa, impregnata d'incenso e di esalazioni umane, lo sfibrava. Aveva languori strani; subitanei incitamenti. Volta a volta, gli pareva che il sangue gli s'arrestasse nelle vene spegnendogli ogni forza, ogni vita; mentre l'istante appresso era un torrente precipitoso che minacciava di straripare.

Nessuno più adatto di questo prete per comprendere i difetti e i bisogni dei contadini; ma nessuno più convinto di lui, che a mettersi in testa di correggerli e di migliorarli, avrebbe perso tempo e fatica.

—Troppa miseria!—soleva dire scrollando le larghe spalle—e troppo densa, inveterata ignoranza!

Egli faceva tuttavia quanto poteva fare, chè la pietà rimaneva ardente in fondo al suo cuore.

I contadini, senza comprenderlo, gli volevano bene; e se scoprivano in lui qualche debolezza, la coprivano con la stessa indulgenza di cui egli era così largo verso di loro.