Da parecchi mesi, forse fin dalle prime settimane che l'avevano mandato a quella cura, nel maggio dell'anno avanti, la grande debolezza di don Giorgio Castellani era la Cristina Scaramelli, quella bella ragazza ardita e franca, capace di sentimenti e d'intuizioni superiori al suo stato. Per amore di lei, egli s'era preso al servizio il vecchio Marco, gran fannullone, capace di votargli la cantina piuttosto che badare alla casa e all'orto. Ma la Cristina andava di tratto in tratto a dare una mano al vecchio ubbriacone, e il giovane curato aveva il piacere di vederla. Non una parola, però, aveva rivelato l'ardore segreto; neppure un cenno. Le sue labbra avevano i sette mistici suggelli. Soltanto gli occhi parlavano audacemente, accesi dal fuoco dell'amore.

E Cristina intendeva il linguaggio di quegli occhi, perchè lei pure era trascinata da una forza ineluttabile. Nonostante, se qualcuno si permetteva uno scherzo troppo... campestre, una allusione un po' salace, ella si rivoltava tutta di un pezzo.

Don Giorgio?... Ma che!... Un santo era!...

E se la parola non bastava, il braccio robusto della lavoratrice si levava per sostenere nel modo più energico la santità dell'ideale amante.

***

Le otto sonavano all'orologio del vecchio campanile, e ancora don Giorgio confessava gli uomini.

Tre ore!

E ce ne voleva prima che la fosse finita!

Don Giorgio contava meccanicamente quelli che aspettavano. Ogni volta che ne aveva assolto uno, e un altro andava ad inginocchiarsi ai suoi piedi per narrargli, nel solito modo grossolano, i vecchi peccati triviali, le vecchie miserie, don Giorgio sentiva che le sue forze diminuivano e l'uggia cresceva. Le distrazioni lo assalivano accanitamente. Alzava gli occhi, spingeva lo sguardo fuori della sagrestia, nella chiesa, tra le donne inginocchiate, cercando la Cristina; ripensando tristamente alle cose ch'ella gli aveva dette in confessione la sera innanzi.

Oh! a quale cimento l'aveva messo!