Maur. (interrompendo, minaccioso). Fabrizio... Fabrizio!
Princ. (con forza). Smettete!... È questo il linguaggio di due gentiluomini... di due fratelli?!
Fabr. (con ira ironica). Già... fratelli... ma non uguali!... Maurizio è Duca... e sarà Principe... e io, nulla!
Princ. Vuoi de' titoli anche tu?
Fabr. (c. s.). No!... li lascio, a chi, un giorno, avrà i milioni!
Princ. Questi non posso darteli... (con rammarico sincero) e non è mia colpa... se uno de' miei figli è la vittima di una legge troppo tardi abolita!... (a Fabrizio). Tuo nonno, per continuare la grandezza della casa, ha voluto unico erede del patrimonio avito il primogenito.
Fabr. (c. s.). Lasciando agli altri appena di che vivere!... (con dispetto) Duemila scudi!
Maur. (irritato sempre più del rammarico dimostrato dal Principe ch'egli sia l'unico erede — con calore). Duemila scudi di rendita... che tu puoi spendere... e spendi... a tuo talento... mentre se io ho bisogno di mille lire... devo chiederle come un'elemosina!
Princ. (irritato, a Maurizio). Ti furon mai rifiutate?!... T'è mancato mai qualche cosa?!... Vorresti forse, fin da ora, anche tutte le rendite?!... Sono mie... finchè vivo!
Maur. (c. s., al Principe). E le spenda pure come meglio le piace... ma da gran signore... da principe... continuando le tradizioni cospicue della famiglia... non già in speculazioni da capomastro... da appaltatore... accarezzando illusioni... e coltivando imprese fantastiche!