Io, naturalmente, ero al Costanzi. E seguii, con tenerezza affettuosa, tutto il lavoro. Debbo dirti che quei quattro atti sono «una forte cosa»? Mi par inutile.
Essi sono molto vicini ai fratelli delle Rozeno e di Danza Macabra. Come unità, li superano. Mi spiego: il centro etico del lavoro attrae costantemente a sè persone, cose e casi. Quel Commendatore è lineato con bravura e audacia della miglior commedia greca.
Di questi giorni, ho letto e riletto Aristofane: ebbene, l'altra sera ho pensato a lui!
Lode non piccola, è vero?... Ma tu sai che io non te la darei se non ne sentissi la sincerità.
Forse gli episodj, da cui balza vivo e grande il protagonista, non sono tutti di egual rilievo e di eguale verità scenica. Questa impressione, che se ne ha alla fine del lavoro, nuoce alla ragionevolezza della favola di costume, che tu hai — ripeto — ideata con arguzia e furore greci.
Anche gli accenni a contemporanei viventi furono saporiti e contenuti in un decoroso freno artistico.
Uscendo di teatro, io pensai la gioja dell'esule all'annuncio della vittoria; e mi ridussi a casa meno triste, e ne parlai a mia madre, destandola per la lieta notizia.
Quanti voti ti vennero, allora, da cuori memori!
Tuo aff.mo
Antonio della Porta».