Non vo' enumerare la produzione, non larga ma notevole, di Camillo Antona-Traversi; nè spetta a me darne un giudizio critico, anche perchè molti di voi quella produzione conoscono. Forse, non tutti di voi conoscono l'uomo»[7].
Senza invocare il nemo propheta in patria, che non è proprio il caso, dirò subito che i Parassiti non ebbero al Manzoni le stesse festose accoglienze del Costanzi. Se l'atto primo — giudicato concordemente magnifico — e l'atto terzo e quarto riscossero applausi, il secondo passò «senza infamia e senza lode».
La critica — pur mettendo in rilievo i pregi del lavoro — fece non poche restrizioni sul suo reale valore d'arte. La maggior accusa fattami fu quella d'avere concentrato tutto l'interesse del lavoro nel Protagonista, e di essermi — plasmandolo per la scena — ricordato troppo da vicino del Matteo Cantasirena dei Barbarò di Gerolamo Rovetta.
A difendermi da una simile accusa non meritata, sorse una gentile e valorosa signorina, il cui nome è caro alle buone lettere: Irma Melany-Scodnich.
«Si rimprovera all'autore» — riproduco testualmente l'amabile difesa — «l'affinità del suo Don Gennaro Gaudenzi con il Matteo Cantasirena del Rovetta.
Mi permetto di trovare ingiusto il rimprovero. L'autore non è un novellino del teatro: deve aver sentito quest'aria di famiglia fra i due tipi, e preveduto il facile rimprovero.
Se Camillo Antona-Traversi ha ultimato e presentato alle scene I Parassiti così come sono, significa ch'egli aveva la convinzione della diversità sostanziale fra i due tipi. E questa diversità, che esclude ogni puerile sospetto d'imitazione, esiste: è reale, come reale è la varietà infinita di tipi consimili nel mondo imbroglione della politica, della plutocrazia e della classe parassitaria in genere.
Se tutto ciò è sfruttato, io domando qual è l'ambiente, quale lo strato sociale, quali sono i tipi che non siano stati già sfruttati sulla scena, o nel romanzo? Se gli autori dovessero lasciarsi trattenere dal timore di una rassomiglianza nelle situazioni, o nei personaggi, con questa o quella commedia, evidentemente non scriverebbero più»[8].