Egli che dovrebbe essere un pessimista feroce, che dovrebbe chiudere nel suo cuore un arsenale di odj; un vade-mecum delle bassezze di coloro che lo hanno sfruttato, abbandonandolo in seguito come un limone spremuto, ha conservato una specie d'indulgenza per il male, anche riproducendolo sotto le spoglie del commendator Gaudenzi.
È rimasto, in somma, l'ingenuo, il quale consegnava agli strozzini (che vedremo presto posti in allegra satira in un'altra commedia) il danaro, senza ritirare le cambiali relative; che abboccava agli scherzi piramidali degli amici che gli presentavano il primo viaggiatore di commercio venuto — come avvenne a Roma, da Felicetta — quale il pittore Michetti. Il Traversi credeva, e pubblicava nei giornali (precisamente in uno letterario di Torino) le idee sulla pittura dell'egregio venditore di cravatte, come intervista col primo pittore italiano!
Anzi, quanto stupisce si è che un uomo così facile a credere e a lasciarsi ingannare, riacquisti poi così lucide le facoltà critiche, da riprodurre, smascherandoli, ambienti complessi quali il mondo delle Rozeno e dei Parassiti.
Comunque, gli applausi di iersera sono, per quanto procede, anche una buona azione.
M'immagino quanto il telegramma, che gli amici gli hanno inviato, avrà stamane allargato il cuore al povero Camillo. Scommetto che se il lavoro si fosse rappresentato più vicino alla frontiera, nessuno avrebbe trattenuto l'autore dal venire di nascosto, romanticamente travestito, ad assistere, magari dal loggione, alla recita.
E il telegramma di stamane deve avergliene ricordati altri rimasti storici per i raccoglitori di aneddoti. Ne ricorderò — di aneddoti — due soli.
Il primo si riferisce alla rappresentazione di una nuova commedia del Traversi. Questi ne attendeva l'esito a Milano, al Caffè Manzoni, accanto al tipico Fulvio Fulgonio. Veniva telegrafato l'esito di ogni atto. S'incominciò con applausi, chiamate. Al quarto atto, il telegramma recava: — fischi e caduta del lavoro.
Camillo si disperava. Fulgonio, impassibile, commentò la notizia, dicendogli soltanto: Tuo padre (col quale, com'è noto, il Traversi è in dissidio) direbbe a questo punto: Qui riconosco veramente mio figlio!
L'altro ricordo si riferisce alla prima della Figlia di Nora a Torino. Traversi passeggiava nervoso per il Corso di Roma, insieme col critico di un giornale di Roma e il marchese di Sanfelice, autore a tempo perso, e del quale, appunto quella sera, si rappresentava una commedia a Trieste.
Anche il Sanfelice attendeva telegrammi. Il solo a riceverne era però Camillo, che, esultante, abbracciava... i cavalli delle botti.