Pochi giorni dopo, mi giunsero tutti i giornali di Roma. Non senza viva commozione lessi con quanta simpatia e con quanto fraterno affetto alcuni buoni e cari amici, che non mi avevano certo dimenticato, vollero preparare e annunziare l'andata in iscena della mia commedia.
Fra essi, Lucio d'Ambra e Stanislao Manca.
Il primo — vera anima d'artista, e amico di fede sicura — nel «Signor Pubblico», che dirigeva in allora Gallieno Sinimberghi, mi dedicava questo affettuoso «pastello alla penna»:
«IL BUON CAMILLO»
«Io mi ricordo un pranzo allo scoglio di Frisio, innanzi al mare argenteo sotto la luna. Ero a Napoli per una mia piccola commedia al Sannazaro; e la sera, all'impallidir dei fuochi del tramonto, ci riunivamo a pranzo sul mare, in cinque o sei innamorati della letteratura. Una sera il discorso cadde su Camillo Antona-Traversi come letterato: chi lo levava alto verso le stelle, e chi lo rigettava giù giù violentemente, in fondo all'oscuro Taigeto. Ma per l'uomo fu un inno concorde alla sua bontà, alla sua grazia, alla sua soavità. Ognuno svelava qualche nuovo bel profilo di bontà del tempestoso scrittore, ognuno aveva il suo aneddoto pronto, ognuno trovava la parola affettuosa per quella tenera anima di uomo. Egli si è conservato così dolce, così delicato, a traverso una giovinezza più pesta dell'uva delle vendemmie e una virilità dolorosissima, irrequieta. Camillo è stato veramente un grande infelice; e pure, a ogni nuovo colpo dell'avversaria fortuna, egli scuoteva le spalle con una rassegnazione sincera, e vi faceva luccicare al sole i fili d'argento della sua barba continuamente torturata dalle sue fini mani nervose. E sorrideva, e s'incurvava ancora più nelle spalle, accendeva la quarantesima sigaretta della giornata, e ajutava gli altri, attendendo pacatamente per sè l'urto di un altro dolore.
Ajutava gli altri!
Io so innumerevoli fatti che lo dimostrano, innumerevoli prove della squisitezza di sentimento di Camillo Antona-Traversi. Egli ha fatto da anni una vita randagia: oggi, lo trovate a Venezia a guardare i colombi a San Marco, o seduto a un tavolino del caffè Florian a discutere d'arte e di dedizione al bene degli altri con quell'altro infelicissimo e soavissimo che fu il povero Giacinto Gallina: poche ore dopo, lo sapevate a Genova, con quartier generale in qualche caffè dell'Acquasola; e di lì a poco eccolo a Torino, a passeggiare al Valentino, o ad arringare al caffè Parigi: eccolo a Roma, rincantucciato al Valle dalla mattina alla sera, ed eccolo per le vie a guardar le stelle e per le piazze a contemplar la luna, dalla sera alla mattina, con qualche amico, vittima ignorata di quella sua letteratura peripatetica: eccolo, poi, a Firenze, da Doney, su un palcoscenico, o a percorrere lentamente qualche chilometro su i lungarni: eccolo a Napoli, al Gambrinus, in mezzo a una tumultuosa turba di comici, o allo Scoglio di Frisio a pranzare poeticamente e a guardar da lungi sospirosamente la sua bella villa chiusa, dove «lavorerebbe tanto bene», dove «dormirebbe così quetamente», cullato dal canto rôco del golfo divino: eccolo a Pisa a trascinarsi col suo passo stanco lungo quella spiaggia del gombo così sterile e sabbiosa fra i pini, o lungo l'Arno giallastro, lento lento, come fosse stanco del suo ininterrotto fluire, a ideare di scrivere dieci commedie con dieci probabili futuri scrittori pisani: eccolo infine a Bologna, a San Petronio, a goder il fresco nel bel dômo solenne, o al caffè del Pavaglione a dir bene di tanta gente di cui avrebbe dovuto dir male, a scrivere mille cartoline ai suoi mille amici europei, e a correggere qualche scena di un suo dramma nuovo. E ieri vi era arrivata una sua lettera da Parigi? Ebbene, dopo una settimana ne ricevevate un'altra da Vienna: dopo quindici giorni, una cartolina da Lugano; dopo un mese, un telegramma — inutilissimo, com'è naturale! — da Trieste.
E in questo nomadismo che faceva? S'incaricava degli altri, si addolorava per i loro dolori, si rallegrava per le loro gioje, si faceva in pezzi per ajutarli nei loro bisogni: se aveva una lira, la divideva a dar colazione a un altro che forse e spesso non se la meritava. Io non ho mai inteso Camillo pensare al male. Un fanciullo di quindici anni uscito ieri dal collegio potrebbe dar la misura dell'ingenuità dell'uomo che divenne l'autore acclamato delle Rozeno. Così, facendo del bene, ebbe in cambio del male. Egli fu la più carnosa preda degli strozzini, ed egli ne ha riso e li ha messi in una commedia che chi sa quando ascolteremo.
Egli, per sè, sarebbe stato capace di qualunque privazione; e quante volte invece ha bussato alla porta di uno di quelli strozzini e ha preso danari per darli a chi l'aveva commosso con il pietoso racconto di una infelicità quasi sempre imaginaria, cantata in rima e in prosa per exploiter la sua buona fede fanciullesca! Nessuno di quei fogli da cento è mai tornato nel suo portafoglio. E mai nessuno, nel suo bisogno, ha fatto per lui la decima parte di ciò che egli faceva per gli altri!
Professore di lingua italiana, studioso di Leopardi e storico di Paolina, critico, autore di quindici drammi e commedie di vario valore, traduttore valoroso di commedie francesi, gran produttore d'articoli a vapore, ecco lo stato di servizio di Camillo Antona-Traversi Anch'egli, del resto, come suo fratello Giannino, è occupatissimo. Solamente le sue lettere ascendono a cinquecento e le sue cartoline a mille. Le sue r sono anche innumerevoli. La velocità del suo discorso passa, forse, i 45 Km. all'ora.