Spettava Agnese alla famiglia de' Mantegazzi, nobile casato di Milano, chiaro per sangue e per ricchezze, uno de' più illustri di Lombardia, al tempo che essa si reggeva a popolo, vantando una serie di caldi propugnatori delle patrie franchigie.

Narrano i Cronisti Arnolfo e Fiamma, che nel 983, dopo la morte di Gotofredo, essendo stata conferita la dignità arcivescovile a Landolfo, si destò grave corruccio tra il popolo, per l'insolenza e gli abusi di quel prelato e della sua famiglia.

Benchè il dominio supremo della città e delle terre dipendenti spettasse ai successori di Carlo Magno quali re d'Italia, i vescovi ed i conti, come feudatarj, vi esercitavano un'influenza immediata e quindi assai più efficace. Nel decimo secolo, morto Ottone II a Benevento nella guerra contro Crescenzio e succedutogli a soli tre anni Ottone III, l'arbitrio de' feudatarj e de' conti era giunto a tale misura, che dire si potevano padroni assoluti, anzichè vicarii di un principe lontano.

La giustizia stava pel popolo, sì mal governato da chi doveva essergli modello di pietà e di pace; ma l'interesse (come avvien sempre) creava de' parziali all'autorità ed alla potenza di chi sedeva in alto. Alle parole di sdegno del popolo risposero le più odiose concussioni di chi lo reggeva. — Riuscite vane le rimostranze, i malcontenti ruppero in clamori sediziosi, indi in aperta rivolta.

In quell'epoca i governanti non possedevano tutti que' mezzi, che valgono oggidì a sorreggere il potere contro la volontà di un popolo mal governato. L'uomo valeva l'uomo: il ferro della malconcia sbirraglia, che assiepava la persona del principe, non era meglio temprato del ferro, di che s'armava il popolano. — L'esito d'ogni contesa dipendeva più dal numero, che dall'impeto e dalla sagacia de' combattenti. Si venne alle mani; e dopo vane avvisaglie toccò all'arcivescovo una piena sconfitta, sì che a stento ebbe salva la vita, ritirandosi dalla città co' fratelli e cogli amici, e abbandonando alla discrezione de' vincitori il padre, che vecchio e stremo di forze non si era condotto al campo.

L'arcivescovo Landolfo dopo la rotta si diede con ogni potere a raggranellare forze per riavere la sede perduta. Stipendiò raccogliticci, largheggiò agli avventurieri le rendite della sua chiesa, e con un esercito abbastanza poderoso si fece incontro ai Milanesi nel campo di Carbonaria, sfidandoli a battaglia. Ma anche qui la sorte gli fu avversa; e per la seconda volta dovè ritirarsi davanti all'irrompente foga del popolo.

In questa battaglia, oltre a un gran numero di prodi, periva miseramente un tal Tanzino de' Borri, riputato il fiore de' cavalieri milanesi. Un suo famigliare o scudiero, accecato dal dolore di tal perdita, rientrando in città, corse come forsennato al palazzo dell'arcivescovo, e, non sapendo su chi sfogare la sua vendetta, uccise Bonizone, vecchio capitano, padre dell'arcivescovo. — Questo scudiere chiamavasi Mantegazzo; ed è da lui, dice il Fiamma, che ebbe origine la famiglia di questo nome.

Altri storici, e fra questi il Giulini, non s'accomodano in niun modo a tale racconto dei vecchi cronisti; credendo vituperoso, che una nobile schiatta proceda da sorgente sì impura. — Ma poichè i posteri non hanno merito delle virtù, nè colpa dei delitti degli avi, pare che non si faccia torto alle successive generazioni nel ripetere questa istoria, e nell'ammetterla come probabile, fin tanto almeno che non ci sia dato di trarre in luce qualcosa di più degno o di meno incerto.

Checchè sia dell'origine di questa famiglia, è fuor di dubio, che subito dopo il mille, essa era insigne e potente. Nella storia milanese si fa parola di un Boschino Mantegazza condottiero d'armi del secolo undecimo. Egli fu signore e patrono di una vasta terra, situata sul confine dei contadi di Milano e Pavia, in vicinanza di Vidigulfo, resa celebre da una sanguinosa battaglia seguita nel 1061 fra le popolazioni delle due città: in essa fu tale la strage, che tutto il suolo rimase coperto di cadaveri. — Da questo fatto quella terra, acquistò il nome di Campomorto; e da Boschino ereditò la famiglia sua l'investitura della medesima. — Il capitano milanese fece edificare un tempio votivo sul campo della battaglia; e ad eterna testimonianza di sua vittoria fondò ed arricchì con splendida dote un albergo pei pellegrini.

Giovanni suo figlio combattè giovinetto a Campomorto; e, scampato prodigiosamente all'eccidio di quella giornata, coltivò per lunga serie d'anni le arti della pace, e fu per equità e per senno tenuto in gran conto presso i suoi concittadini. Fregiato del titolo di padre della patria, venne eletto árbitro in varie contese civili, e nel 1123, essendo giunto ad età quasi decrepita, definì e compose le scandalose dissensioni tra le podestà clericali di Milano.