Tra i consoli della città nell'anno 1143 havvi un altro Giovanni Mantegazza, che non sapremmo dire se fosse figlio o nipote del primo.
Tutti i decreti e le sentenze che si promulgarono durante la republica milanese, emanavano dai consoli, che solevano apporre a tali atti nome e suggello. — Ma a rendere meglio accetta la legge, quasi sempre ai nomi de' consoli seguivano quelli di alcuni cospicui cittadini, che ne avevano sorvegliate le deliberazioni, garantendo colla loro adesione l'incolumità della republica. Quest'adunanza, che aveva un officio consultivo e, a proprio dire, costituiva un senato, chiamavasi collegio dei sapienti, o con altro nome credenza. Tra i membri di essa riscontriamo nel 1156 un Guglielmo, nel 1170 un Ardicio ed un Algiso, tutti della famiglia Mantegazza.
Un secolo più tardi, quando la libertà de' Milanesi era travagliata dalle ire di parte fra Torriani e Visconti, a frenare la potenza de' primi, che accarezzando le passioni del popolo erano saliti a minacciosa grandezza, surse Ottone Visconti arcivescovo e capitano, egualmente insigne. — Fra le sue imprese più segnalate, dirette ad infiacchire la fazione avversa, è dagli storici singolarmente celebrata la presa del castello di Seprio, dove Guido da Castiglione, parziale de' Torriani, racchiudeva il nerbo della sua forza.
Ottone, raccolti all'uopo i valligiani d'Ossola, li armò di tutto punto, ed inebriatili colla promessa di ricco bottino, li condusse la notte del 28 marzo 1287 sotto le bastie di Seprio; mentre le scolte torriane, infingardite da lunga tregua, s'abbandonavano al riposo.
Il numero e l'impeto degli assalitori e la rilasciata disciplina degli assaliti decisero in brev'ora le sorti di questo fatto d'armi. — Le porte del castello furono súbito abbattute; e le guardie nemiche, calate le armi, rimisero nelle mani del vincitore le chiavi della rocca. — Ottone diè libera uscita agli armati, e assecondando la sospettosa gelosia del popolo milanese, comandò che venisse spianato quel covile della tirannide, e ne proibì in perpetuo la riedificazione.
Questo avvenimento accresceva la potenza de' Visconti di quel tanto, che era stato tolto a' Torriani; ma risvegliava ad un tempo contro Ottone que' sospetti, che prima aveva egli suscitato contro i suoi nemici. Imperocchè presso la maggior parte de' milanesi, a mantenere le apparenze della libertà, aveva contribuito fin allora il fatale equilibrio dei due emuli partiti.
La sorte, concedendo la vittoria ad Ottone, non solo non sciolse la questione, ma non giunse tampoco ad assopirla. Gli amici de' Torriani e de' Visconti parteggiavano per questi o per quelli a seconda degli impulsi momentanei, e pigliando legge dall'interesse; ma il popolo, che in cima ad ogni suo più caldo affetto, poneva quello della libertà, consentaneo a sè, disertava di solito la causa del potente, per accostarsi al partito del debole: giacchè dal vincitore poco poteva sperare, tutto aveva a temere.
La sconfitta de' Torriani a Castel Seprio aveva dunque ristorato il partito dei vinti. Gli sguardi de' popolani cangiavano punto di mira, senza rendersi perciò meno sospettosi. Già si mormorava in Milano contro la fortuna d'Ottone; ed i più ardenti cittadini pronunciavano fuor d'ogni mistero parole sediziose.
Ottone pertanto ricorreva al solito mezzo de' potenti; la forza. Lasciando che una gran parte di popolo arrovellasse in cuor suo, oppose agli sdegni di esso tutto l'apparato delle sue armi. — Allora si vide la città brulicare di sgherri istrutti a sciogliere le capannelle, a frenare le discussioni, ad impedire i tumulti. Ogni porta della città fornì alla signoria un drapello di 50 uomini guidati da un capitano; ed è a quest'epoca, se prestiamo fede a Tristano Calco, ed al Corio, che si instituì col nome di Provisione, una magistratura di dodici individui, eletti ad ogni bimestre e sedenti nel Broletto vecchio, per provedere in un coll'arcivescovo alla sicurezza della republica; magistratura che, snaturata nelle varie fasi storiche di Lombardia, conservò il suo nome fin presso a' nostri giorni.
La vigilanza del Visconti non fu soverchia. Quando la forza materiale soffoca la parola, il pensiero matura in silenzio. — Chi tenta uccidere un'idea, comprimendola in ogni sua spontanea manifestazione, rassomiglia a colui che s'avvisa di togliere la vita ad un arbusto, spiccandone i freschi germogli. Ei spesso non ottiene il suo intento, anzi fa opera da buon cultore; poichè, sotto questo modo di persecuzione, il virgulto rassoda la fibra, e, se nacque debole e mal fermo, cresce poi vegeto e vigoroso.