Le cospirazioni allignano tra le strettezze ed il bujo; Ottone il sapeva. Forzando ad un ingiusto silenzio il suo paese, previde che quel ringojare inesaudite tante giuste aspirazioni avrebbe spinto il popolo a tramare in segreto contro la sua autorità. — Non andò guari infatti, ch'ei scoperse una imponente congiura. Un tal Ruggiero Damiani, preso in sospetto di favorire il ripristinamento della fazione torriana, venne imprigionato. Fermo da principio a respingere ogni accusa, fu posto alla tortura; nè questa fallì al suo tristo scopo, perchè l'infelice svelò tra i tormenti le fila di una vasta cospirazione, e numerò, veri o falsi, i nomi de' suoi complici.
Troviamo ravvolto in quella congiura, anzi fra i principali autori di essa, un Paolo de' Mantegazzi. — Meditò costui con Guido Cusani, con un Cutica, un Maineri e un Bescapè di richiamare i della Torre e di collegarsi col marchese di Monferrato. — Ottone, poichè, ebbe conosciuti i suoi avversarj, cessò dal temerli, ancorchè numerosi e potenti. Sventata la trama, fu pel suo secolo assai mite nel punirla. Fiaccò il nemico col dividerlo ed impoverirlo: lasciò da banda i supplicj che lasciano un postumo di livori e di vendette, e relegato il Mantegazza in Bobbio, i suoi compagni in altre terre, usufruttò i beni de' taglieggiati a pro dello stato.
V.
Anche in mezzo al trambusto delle fazioni e fra l'attrito di una vita civile esercitata in publico ed allo scoperto, il governo del Comune milanese, mite e provido rispetto ai tempi, attendeva all'ordinamento delle sue leggi.
Fino al secolo duodecimo erano leggi le consuetudini patrie sancite dalla sapienza de' nostri maggiori, convalidate dal tempo e dall'uso, ed aventi forza obligatoria per tutti. A questo modo l'autorità della legge era fondata sul vero spirito di essa, potendosi dire, a rigor di parola, essere la volontà dei più l'árbitra della republica.
Legislatori erano i capi di famiglia. — La pratica di un'arte, l'onorato esercizio di un'industria, e financo, quale testimonio di matura esperienza, la sola canizie quand'essa è incontaminata, erano titoli ad eleggere, o ad essere eletti rappresentanti del popolo. La malliola, tavola metallica somigliante allo scudo dei Celti, che percosso da un martello rendeva un suono stridente, li chiamava a raccolta; poichè in allora le campane erano un oggetto di lusso, e le lettere d'avviso non sarebbero state comprese da quella buona gente, la più parte illetterata.
La publica piazza, di cui talvolta un lato soleva coltivarsi ad ajuole (come lo attesta il nome di broletto), era il luogo di convegno; ed uno sgabello ricinto da una balaustra costituiva la parlera, ossia la tribuna degli oratori.
Ma la legislazione, che emanava da un tale sistema, semplice nel suo concetto come gli uomini d'allora, diveniva nella applicazione farraginosa e poco maneggevole: perocchè mancando le disposizioni generali e sommarie, che provedono al più gran numero di casi, reggevansi i singoli a norma dei tempi e delle circostanze. Erano miste colle buone consuetudini le meno buone; alcune venivano esautorate da un condannevole disuso; altre, perdurando ancorchè inutili, paralizzavano e rendevano inefficaci le necessarie. — Vero è, che quella grande famiglia viveva in una specie di stazionarietà morale; ma questa era più apparente che reale. Il mondo a passi lentissimi, compiva pur sempre nelle indispensabili sue fluttuazioni un piccolo movimento verso la civiltà, la quale, proscrivendo a lungo andare le viete costumanze, creava nuovi bisogni. Infine tutte queste leggi, le necessarie come le superflue, le stabili e le transitorie, le politiche e le economiche erano sparse e confuse; taluna scritta fuor d'ordine, tal altra perfino non registrata in alcun documento publico, e raccomandata soltanto alla memoria di chi doveva farla osservare.
Non è a dire che in quella mole di decreti e di leggi non vi fosse del buono; ve n'era e molto, fatta ragione ai tempi: ma quel tanto andava confuso tra il superfluo e l'improvido, non come il grano prima di essere svestito e vagliato, che pur sempre è grano; ma come l'oro natío ammalgamato col terriccio, che pare materia vile, finchè non è sottoposto agli argomenti dell'assaggiatore.
Il novarese Brunasio Porca, assunto alla podesteria di Milano nel 1216, fu il primo che avvisasse a raccogliere le consuetudini del Comune in un corpo di leggi. Chiamò egli a sè alcuni fra i più discreti personaggi della città, e li invitò ad occuparsi con giurato zelo di tale officio. — La compilazione fu condotta a termine con grande studio: ma solo molti anni più tardi la città nostra ebbe il primo suo codice, diviso in 18 rubriche e riconosciuto sotto il nome di Statuti. Per essi fu determinato la spettanza di ciascun magistrato. Il podestà, investito del potere esecutivo, doveva vegliare all'esatto adempimento delle leggi; ma non poteva nè alterarle, nè in caso di dubio applicarle senza l'approvazione delle credenze. Stabilivasi di quali membri, e di quanti, doveva comporsi ogni credenza, variandone il numero e l'importanza a seconda della questione cui era chiamata a definire. Affidavasi infine ad una speciale magistratura il sindacato della gestione dei podestà, de' Consigli e degli officiali della republica. — La prima promulgazione degli Statuti fu fatta solennemente dalla loggia degli Osii nel 1251, essendo podestà Giovan Enrico da Ripa.