Ma le leggi non possono essere immutabili in una società, che s'avvia al suo incivilimento. Gli statuti perciò apparvero ben presto incompleti; nuove leggi si dovettero emanare, onde riempirne le lacune; e intanto queste aggiunte, volute dalla necessità, ingrossavano ad ogni istante, e creavano gli antichi imbarazzi.
Solo un secolo dopo, nel 1348, Luchino Visconti affidò ad un collegio di sapienti la nuova compilazione degli statuti. — Componevasi quel collegio di giurisperiti e di morum periti: dotti i primi, gli altri gente onesta ed esperta. Appartenevano ai primi, per dir di alcuno, un Leone Dugnani ed un Manfredo Serizoni, personaggi già cospicui per avere onorevolmente trattata la pace fra i milanesi e la corte d'Avignone; gli altri erano cittadini estranei alle cavillazioni del foro, ma in quella vece esperti degli usi del paese e bene accetti ad ogni ordine di persone.
Con poche varianti furono gli statuti riordinati e messi in pieno vigore nel 1396 durante il governo del primo duca, e ressero inalterati il nostro paese finchè divenne provincia di Spagna. — La Spagna, che imprese a civilizzare il nuovo mondo col ferro, riportò da esso, co' tanti milioni in oro ed argento, una tristissima esperienza di governare i soggetti. Ripudiate le antiche violenze, che cangiano i popoli conquistati in altretanti nemici e tengono vive le speranze della rivincita, divisò d'abbatterli, spegnendo in essi ogni sentimento patrio, ogni coscienza de' proprj diritti. Arrivò a questa meta per varie vie, e con diverse arti; nè ultima tra esse fu per noi quella d'infirmare e d'abolire gli statuti patrii, per sostituirvi le sue nuove costituzioni, ammasso incóndito di leggi strane ed improvide, che partorirono forse più funesti effetti delle catene e dei supplizj.
Ho fatto cenno dell'origine della nostra legislazione come per incidente, condotto a ciò dalla circostanza che nelle varie fasi di essa ebbe sempre parte alcuno della famiglia, di cui è discorso. — Ne valga un esempio. — Nell'elenco de' più cospicui personaggi di Milano fatto nell'anno 1277 da Marco de' Ciocchi, cancelliere della curia, onde sottoporre alla scelta dell'arcivescovo tutte le persone degne d'essere elette a rivedere e correggere gli statuti, troviamo registrato il nome de' Mantegazzi.
Successivamente, in epoche prossime a quella cui risale la narrazione, parecchi di questo casato ebbero posto distinto nella storia patria. Ne citerò alcuni a compimento delle poche notizie, che ho raccolto intorno ad esso.
Antoniolo Mantegazza fu tra i dodici questori l'anno 1409. Bertone congiurò coi Baggi e coi Del-Maino contro il duca Giovanni Maria Visconti, e lo ferì mentre attraversava i suoi appartamenti per recarsi alla chiesa di S. Gottardo il giorno 16 maggio 1412. Giovanni fu difensore della libertà del popolo l'anno 1447, durante la breve e fortunosa republica ambrosiana. Nel 1518 quando Isidoro Isolani pronunciò innanzi al Senato, agli ambasciatori ed al Lautrecht, legato di Francesco I, un ampolloso discorso intorno alle vicende del ducato di Milano, e ne portò alle stelle le glorie e gli eroi, nominò tra questi i Mantegazzi. Altri di tal nome spettarono più tardi a quell'insigne collegio di sapienti, di cui disse il Crescenzi. “Non uscirono dalle academie d'Atene tanti filosofi legislatori, quanti dal milanese collegio eminenti dottori; che se non hanno dato legge agli imperi, hanno almen dato legge co' loro sensi alle leggi degli imperatori[1]„.
Si dirà che queste notizie ci fanno deviar troppo dall'argomento. — È vero; ma, nel chiederne scusa a chi legge, l'avvisiamo fin d'ora, che quante volte ci verrà dato di scordare le private e minute vicende per risalire alle publiche e più importanti, non mancheremo di farlo; persuasi che il benevolo lettore, invece di accusarci d'aver violate le leggi dell'arte, ci saprà grado d'avere per un momento posposto l'accessorio al principale, il racconto alla storia.
VI.
Quando nacque Agnesina, la famiglia sua viveva affatto privatamente in Milano. Tale abbandono delle publiche cure durava spontaneo da più anni; dall'epoca, in cui l'avo della fanciulla (Boschino egli pure di nome) aveva colle armi alla mano spento un resto di vitalità della fazione torriana, suggellando col sangue de' suoi concittadini e col suo il termine delle discordie intestine. — Questo fatto gli ebbe aggiunto tale autorità, che incontrando egli un dì le soldatesche imperiali ostilmente atteggiate presso la curia (Cordusio) le costrinse a ringuainare le spade, già pronte a ferire gli inermi, colla sola sua presenza e al patriotico grido di viva Galeazzo Visconti.
Ma dato giù il bollore di quella vittoria, alla stretta dei conti, ben s'avvide che il frutto di essa era scarso ed amaro. — Pungevalo anzi tutto il pensiero d'avere coll'opera sua cresciuta di troppo la potenza dei Visconti a danno della libertà, e più ancora s'inaspriva all'idea che gli amici cangiati in padroni erangli divenuti ingrati. — E in cuor suo la sconoscenza di coloro, pe' quali aveva speso il sangue de' suoi fratelli, era una piaga, che non aveva rimedio.