Ripose le armi, e abbandonò la città, giurando che egli e il figlio suo non le avrebbero mai più imbrandite. Ritiratosi nella sua terra di Campomorto, pose ogni studio a rassodarne il suolo, da lunga mano intristito e selvatico; e, colla scorta delle dottrine agricole, edite appunto allora ne' dodici libri di Piero de' Crescenzi bolognese, fece rifiorire i campi, migliorò lo stato de' suoi coloni, e risvegliò l'emulazione de' vicini. — Spedì il figlio Maffiolo all'Università di Bologna, che allora era già in fiore; poi a Firenze; indi a Pisa, dove erasi inaugurata una cattedra di commenti alla divina Comedia; lo richiamò infine a Pavia, quando i dotti d'Insubria ivi convenuti preconizzavano le glorie di quell'Università, che pochi anni dopo veniva fondata ed arricchita dal secondo Galeazzo.

Maffiolo entrò nei disegni del padre, e li assecondò religiosamente. Consacrandosi allo studio delle lettere e cooperando al loro risorgimento, riescì utile alla patria, anche senza pigliar parte alle troppo frequenti sue lotte. — Cercò ed ebbe cara l'amicizia dei dotti; e, fissatosi di nuovo in Milano dopo la morte del padre, usò famigliarmente col Petrarca, che alternava la sua dimora fra la città ed il suburbano Linterno. Guidato da sì grande maestro, ripigliò con maggior calore lo studio de' classici. Per avviso di lui, e colla sua scorta, frugò nelle polverose pergamene de' chiostri, lesse, decifrò gli antichi codici, e se non ebbe la fortuna di diseppellir tesori, potè almeno vantarsi d'aver avuto parte nell'illustrare un brano delle questioni tusculane, le quali, al dire del maestro, erano state sì maltrattate dagli scrivani, da credere che riescirebbero cosa nuova allo stesso loro autore. Fra i cinquanta copisti, che esistevano a' suoi tempi in Milano, ei potè a buon dritto vantarsi d'essere il principe, e ne diede prova riproducendo il Tesoro di Brunetto Latini su candidi fogli usciti dalla cartiera di Pace da Fabiano, che poco prima aveva tratto dalla Germania l'arte di fabricar carta di lini. Il suo lavoro fu condotto a tal grado di correttezza e di perfezione da svergognarne il Crotto da Bergamo, l'Aldo de' suoi tempi.

Maffiolo possedeva quanto può rendere felice un uomo. — In quel secolo di continue violenze, di gare e di lotte incessanti, egli, tra i pochi privilegiati, godeva la vera pace del cuore; non la pace noncurante ed egoistica, che vive di sè, e si fa scudo co' proprj interessi alla pietà de' mali altrui; ma quella vigile ed operosa, che scongiura il male prevenendolo, che fa ravvisare le cose di quaggiù dal lato meno tristo, che guida ad accomodarvisi senza pompa di rassegnazione. — Egli era ricco: e, per la sobrietà de' suoi costumi più ricco de' suoi pari, tesoreggiava su quanto altri chiamano necessità della vita, per essere largo coi bisognosi. — La sua stessa dottrina riesciva tanto più atta a crescergli stima, in quanto che era una potenza nuova e superiore: e il vulgo ammira e venera ciò appunto che meno comprende. — Nè il suo elevarsi fra i pochi dotati di una più vasta cultura di spirito, lo rendeva schivo e difficile colla folla degli ignoranti; anzi, rifuggendo dalle vuote dottrine, che evaporano in cavilli e scilomi, cercava quella, che ha una pratica applicazione, e che lo rendeva utile di consigli e d'opera a coloro, che ricorrevano a lui. — Lo studio dei classici era la parte più riposata della sua esistenza; il nerbo di essa consacrava a definire private querele, a comporle, a ravviare le imprese più ardue, a proteggere gli oppressi ed i pusilli. — E, cosa rara, seminando beneficii a piene mani, non si doleva (come avviene per solito) di raccogliere ingratitudine; forse perchè soleva trattare con tal classe che non isdegna riconoscere l'altrui superiorità; e, senza forse, perchè, condotta a termine una buona azione, si gittava tosto e tutto cuore in un'altra, senza aspettare o pretendere mercede qualunque delle compiute.

Il cielo lo aveva giustamente premiato accordandogli la più bella, la più saggia compagna in Gabriella degli Omodei, fanciulla milanese, che accoppiava alla più squisita leggiadria del corpo quell'eletto profumo di virtù, che si rassoda cogli anni, e prepara un largo compenso alle fuggevoli attrattive della giovinezza. Troppo lungo e difficile sarebbe il porgere un ritratto fedele di questa duplice beltà; quando essa raggiunge l'ideale della perfezione, meglio è lasciarla indovinare, che tentare di descriverla. — La virtù modesta non vuol troppa luce; e l'inestimabile tesoro di dolcezze, che una sposa bella e virtuosa reca in mezzo alla sua famiglia, è cosa che, se è ben compresa dagli animi gentili, riesce sempre, a dispetto di ogni magistero di parole, un enigma per chi incrudì il suo cuore nell'attrito delle passioni vulgari, ed apprese a dubitare di ogni cosa, e sopra tutto d'ogni cosa buona.

La prima fase di così felice unione fu, come l'aprile dei poeti, fiori e speranze. — Entrambi facevano mille progetti per l'avvenire: discutevano intorno alla sorte de' loro figli, come se ne avessero già un subbisso: facevano i più dorati sogni sull'ineffabile felicità di vedere ringiovinito e perpetuato il loro amore nell'amore della prole. Ma ogni anno traeva seco una speranza delusa; e, benchè la privazione non rallentasse menomamente i legami d'amore, il dubio fatale della solitudine lasciava loro nel fondo del cuore un vuoto, che niun altro affetto poteva riempire.

Passarono due lustri senza alcun mutamento. Maffiolo, nella speranza di rendersi più propizio il cielo, ritrattò il voto, forse troppo severo, di suo padre, e promise solennemente, che se avesse avuto un figlio maschio, lo consacrerebbe alle armi. — Passato il governo di Milano nella signoria de' Visconti, giurò di scordare gli antichi livori, e di difendere la patria nella potenza de' suoi signori con quanto avrebbe di più caro, la vita del proprio figliuolo. — E Gabriella?... Stempravasi, poverina, in preci, in pie offerte, in ardere ceri benedetti; nè tralasciava di consultare empirici ed indovini, per aver rimedi e scongiuri contro la fatale sua sterilità.

Correva l'undecimo anno di matrimonio. Gabriella non era più la giovane donna, dalle gote color di rosa, dalle labra sempre sorridenti, dalle forme esili e pieghevoli. La leggiadria della sposa cedeva alla bellezza della matrona; bellezza più maestosa e severa, quantunque alcun poco sbattuta dal languore proprio alle donne defraudate delle gioje materne. — Maffiolo non aveva contratto dall'assueta convivenza la fatale freddezza sì facile in chi gode, di pieno diritto e senz'ombre, un tesoro. — Egli trovava nella sua sposa gli stessi pregi; anzi parevagli che la mansueta rassegnazione, a cui da qualche tempo era composto il suo viso, gli crescesse soavità ed avvenenza.

Sedeva egli un giorno nel suo studio davanti ad uno stipo, e tutto curvo sullo scannello, s'occupava a colorire il frontispizio di un elegante libro liturgico ad imitazione di quelli, che aveva ammirato presso i frati minori di Firenze, insigni in quest'arte. Era un ricchissimo esemplare di caratteri gotici estremamente smilzi, dipinti a varii colori e ripartiti con elegante artificio sur un lucido foglio di cartapecora. La riga superiore, più majuscola e quadrata, era colorita di vivacissimo minio, ed ogni contorno chiudevasi da minute pagliette d'oro. Le altre variavano di tinte e di forma; l'una pavonazza e d'argento, l'altra di schietto oltremare, l'ultima tutta d'oro. A legare insieme quel quadro correvano in ogni senso i più bizzarri ghirigori, che parevano gittati giù a caso; alcuni di essi, appena visibili, legavano l'una lettera all'altra, altri gonfii e sfogliati lasciavano sbucciare qua e là fiori e frutta di squisitissimo lavoro. Una cornice, miniata alla stessa foggia, correva in giro alla pagina; e ciascuno de' suoi membretti rinchiudeva differenti meandri coloriti con pari vivezza ed armonia. Solo ai quattro angoli v'erano spazii liberi, entro cui bamboleggiavano puttini, e svolazzavano bende di vario colore in campo dorato. — Tutti questi ornamenti segnati con alquanta aridezza mancavano di rotondità e rilievo; ma in cambio brillavano per la soavità del disegno: scopo unico, a cui miravano a que' giorni i ristoratori dell'arte.

Maffiolo, tutto occupato nell'imprimere un sorriso sul volto di uno di quegli angioletti, e nello staccare l'oro arsiccio delle chiome da quello del fondo, non s'accorse di una sorpresa, che gli veniva preparata dietro le spalle. Gabriella a passi misurati e leggieri entrava inavvertita nel gabinetto; e giunta fin presso allo stipo, tendendo le braccia sopra la spalliera della sedia, imponeva leggermente le mani sugli omeri dello sposo, mentre si curvava su di lui, tanto che il suo volto gli giungesse all'orecchio, e gli impedisse di volgersi e ravvisarla. — In questa postura gli sussurrava intanto con voce sommessa alcune parole, che, per un tratto squisito di pudore, non soffriva gli fossero lette in viso.

“Oh mille volte benedetto il Signore, sclamò Maffiolo, levandosi da sedere, e sciogliendosi da quella stretta, per abbracciare alla sua volta chi le annunciava la buona novella. Sposa mia, mia dolcissima Gabriella, soggiungeva, compendiando in questo affettuoso vocativo tutta la piena della sua tenerezza: tu dici il vero? il cielo ci ha dunque esauditi? Non saremo più soli: non morrà il nostro nome con noi?„ Poi staccandosi alcun poco da lei, e ponendole una mano sotto il mento, tentava di fissarla negli occhi. Ma con ingenua ritrosìa Gabriella facevagli violenza, evitando di incontrare i suoi sguardi, vergognosa forse di non sapere esprimere la propria commozione altrimenti che colle lacrime: quindi ella pure esclamava: “Oh benedetto, mille volte benedetto il Signore.„