“Veggio senz'occhi, e non ho lingua e grido,

E bramo di perir, e chieggio aíta,

Ed ho in odio me stesso, ed amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;

Egualmente mi spiace e morte e vita,

In questo stato son, Donna, per vui.„

Tale scritto era stato trovato, come si è detto, sullo stipo del conte; e chi l'aveva scoperto, non sapendo leggere, lo rimise nelle mani di Agnesina. Questa con appassionata indulgenza accolse di buon grado la dichiarazione pel modo onesto con cui le veniva fatta; e ripose quei versi tra gli altri ricordi, giustificando il privilegio, col dire che anche quello era per lei ricordo di persona morta.

Accorreva finalmente Canziana a questa bisogna; e, persuasa pure della necessità di sottrarre ogni cosa preziosa all'avidità dei saccheggiatori, raccoglieva nel mezzo della camera quanto giudicava più meritevole di essere riguardato. Ma la sua scelta, come è naturale, era fondata sur un diverso calcolo; secondo lei avrebbesi dovuto portar via tutte le suppellettili, anzi tutto il castello, perchè non trovava briciolo che meritasse d'essere abbandonato alle mani sacrileghe degli uccisori di Maffiolo.

LV.

Tutto era in ordine: bisognava partire. Le due donne discesero per una scala secreta, avendo cura di non far rumore; giacchè la dolorosa partenza era nota soltanto alle persone strettamente necessarie a mandarla ad effetto. I lettighieri attendevano coperti e incappucciati da grosse carpite per difendersi dalla pioggia. Un ciuffetto di paglia proteggeva la testa dei muli, ed una falda di ciperoidi il tetto della lettiga. L'interno di questa riboccava di fardelletti, di balle, di involti a varia forma e misura; tanto che pareva non capirvi più nulla. Pure, Agnesina trovò modo di collocarvisi alla meglio. L'altra stette nè seduta nè in piedi, ma non accusò disagio; chè, più del fastidio di sentirsi affogare fra tante robe, provava il rodimento per quelle lasciate addietro.