Più mite, ma non meno efficace, è il turbamento che essa produce sulle anime gentili, le quali professano alla virtù un culto profondo, e non aspettano che l'occasione per darne prova. Il chiaror delle stelle parla d'amore alle anime schiettamente innamorate; ma non consiglia affetti vili. Esso rinfranca i propositi dei timorosi, perocchè l'uomo sente di non esser solo, mentre Dio gli è testimonio e consigliero. È maestro d'azioni generose, giacchè quella luce che gli fa parer bello l'erto sentiero della virtù, gli mostra l'inganno e la caducità del bene comprato con un rimorso.

Null'altro adunque che la vista di quella magnifica notte commoveva l'animo del conte. Invano aveva egli cercato la calma all'assopimento ed al riposo; invano l'avrebbe chiesta alle memorie del passato od alla sapienza dei libri.

E che era mai quello spettacolo, se non una delle mille e mille notti, che scorrono placide ed obliate su tutta la terra, senza essere privilegio di clima o di stagione? — Non brillava la luna. La volta celeste libera d'ogni nube poteva paragonarsi ad un immenso velo bruno e trasparente, attraverso il quale si diffundeva una luce scarsa, uniforme, mestissima. Gli astri di maggiore grandezza gettavano sprazzi di fuoco a vario colore. Intorno ad essi una grande aureola d'aria bruna sembrava tenere in rispetto l'innumerevole corteggio delle stelle minori. — Ma quello spazio di cielo, in cui a prima giunta non si vedevano che tenebre, a poco a poco si popolava di uno, di due, di cento scintille, che apparivano e sparivano, con tale incertezza e in sì gran copia, che difficile, per non dire impossibile, era lo scoprire un punto, dove esse non fossero. Nel mezzo e longitudinalmente la volta celeste era partita da una zona albicante, a contorni incerti e sfumati, che a prima vista poteva confondersi con una nuvoletta, ma che, meglio guardata da chi tenesse conto de' suoi movimenti, insegnava anche all'occhio profano non essere emanazione della terra, ma sostanza eterea mossa da una sola legge col resto dell'universo.

L'osservatore, non più sapiente che i sapienti della sua corte, di cui abbiamo già conosciuto un esemplare veritiero, respingeva in sua mente le pagane credenze, che spiegavano quella notturna apparizione. — Ma mentre rideva di chi la chiamò una stilla sfuggita dal seno di Giunone, o la strada rovinosa di Fetonte disseminata di cenere, o il sentiero degli eroi avviati al tempio della immortalità, inclinava con Teofrasto e Macrobio ad abbracciare l'ipotesi tornata in voga, che essa non fosse altro che la saldatura dei due emisferi celesti. — La più sana delle congetture era, come avviene pur troppo e sempre, la meno accetta. Nessuno pensava a quei tempi a Democrito d'Abdera che, quattro secoli prima dell'era nostra, sospettava essere la via lattea quello che è per noi al dì d'oggi, miriadi di stelle.

Risalendo il corso della storia, ad ogni piè sospinto ci avviene d'incappare in traviamenti dell'intelletto umano. Chi provasse soverchio fastidio nel percorrere una strada seminata di errori, abbandoni il proposito di frugare nelle vecchie carte. Probabilmente i nostri posteri diranno lo stesso di noi. Ma non ci deve esser lecito sperare che verrà un tempo, in cui l'uomo, compiuta la conquista del possibile, rimarrà pago e tranquillo a fruirne i vantaggi? Diremmo di sì, se una dolorosa esperienza non ci avvertisse che questa immobilità fondata sul possesso del meglio, (tacciamo dell'ottimo) non ebbe mai una durata significante. Quando l'uomo cessa dall'edificare, incomincia il rude lavoro della distruzione. Più volte egli fu vicino a toccare il colmo della civiltà; ma giunto a meravigliosa altezza, non vi si arrestò: scese di nuovo, disconobbe l'opera sua, abiurò le verità conquistate, morì sotto il raggio del sole, per rinascere dalle sue ceneri, come l'uccello della favola.

Il nostro osservatore cadeva in un altro e più madornale inganno. Egli (e tutto il mondo con lui) pensava, che la volta celeste scorresse al di sopra del suo capo, con quel moto uniforme di traslazione, che appare all'occhio di chiunque guarda il cielo in ore differenti, con illusione simile a quella di chi, solcando l'acqua, crede che la riva gli fugga lontano — Quest'errore era rafforzato da grandi autorità; l'Almagesto di Tolomeo lo convalidò, lo ribadì, lo fece essere il perno di tutte le dottrine celesti per sedici secoli. Su di esso si fondò la deplorabile congerie delle assurdità, d'onde è tessuta l'astrologia. Di fatti, posta l'ipotesi che tutto l'universo sia creato pei bisogni ed a diletto di quest'atomo che si chiama terra, ogni uomo non è troppo ardito se crede aver nel cielo almanco una stella per sè, ivi posta a sua guardia e tutela. Eppure Pitagora e Filolao, trecent'anni prima di Tolomeo, avevano scoperta la dottrina sul doppio moto della terra. Una teoria sì semplice e chiara spiegava tutti i fenomeni della natura, ed appagava la mente ed il cuore degli uomini, imaginando un universo più degno della potenza infinita che lo aveva creato. Ma la verità, forse perchè troppo bella ed evidente, non ebbe proseliti. Ci vollero secoli e secoli prima che si disseppellisse l'ignorata dottrina dei Pitagorici; e quando Galileo la scoperse, la comprese, e la corredò di prove irrefragabili, vide levarsi contro di sè, non solo la dispettosa incredulità del vulgo, ma un'ignavia togata e tonsurata, che tentò strozzare la verità rediviva sotto la pressura de' suoi strampalati sillogismi, rafforzandoli con quegli argomenti, che tutto il mondo conosce dalla storia delle inquisizioni.

LXIX.

Le dottrine cosmiche, che noi abbiamo attribuito al nostro eroe, erano sue applicazioni: non però del momento, a cui è rivolta la nostra attenzione. Il conte non vide per minuto quanto qui venne toccato di volo; meno ancora s'arrestò a farne oggetto di studii o considerazioni. Quella scena scosse i suoi sensi, e li attraversò per giungere al cuore e sollevarlo in un nuovo mondo, che gli apparecchiava un delizioso delirio. Fu verso il mattino che egli riprese la conoscenza dell'esser suo; e allora si trovò stanco, sbattuto, aggranchito dal freddo e dall'insonnia.

All'escire da quel paradiso di belle inspirazioni, ripigliò i sensi, che ve lo avevano sospinto, e li trovò guariti da ogni ebrezza, anzi calmi e torpidi, come nei momenti meno poetici della sua vita. Gli occhi, vogliosi ormai di riposare nell'ombra delle cose prossime, si compiacevano di fissarsi nei vapori mattutini; poi scendevano a mirare le creste dei boschi disegnate sull'orizzonte, e i casolari e gli alberi che escivano a poco a poco dal caos notturno, assumendo forma e colore. L'orecchio, sordo dianzi ad ogni chiamata terrena, cominciò ad udire distintamente il sibilo armonioso della brezza, cui faceva eco il rombo lontano dei rigagnoli e dei fiumi ingrossati dalle piogge; indi l'abbaiare dei cani, lo strido sinistro dei gufi che rientravano nei loro nidi, e il passo misurato delle scolte.

Ma, tornando egli dalla sua corsa fantastica, non doveva perderne tutti i vantaggi e tornar l'uomo di prima. Di quell'incanto portava le tracce profondamente scolpite nell'animo, a quel modo che ci restano nella memoria le sembianze e le parole di persona cara dopo esserci congedati da lei. Anzi, se prima i pensieri erravano senza freno in balía della mente agitata, ora, sottoposti al giudizio della ragione, ne divenivano il linguaggio. Quei pensieri adunque andavano guadagnando ordine, consistenza, efficacia appunto perchè avevano perduto il brioso colore d'un sogno. Da quell'istante non sentì altro bisogno fuor quello di lasciare corso agli effetti della misteriosa lezione, che il cielo gli aveva dato. Abbandonò il balcone e rientrò nella camera; diè un'occhiata di pietà al suo letto, e risolse di non spendere l'ultima ora della notte dove aveva sì infelicemente passate le prime. — Un brivido invincibile gli correva per le ossa e gli faceva battere i denti. Staccò dalla parete uno spadone, e s'accinse a manovrarlo a due braccia. Ma quell'esercizio gli interrompeva il filo delle idee. Rimise l'arma; e, pensando che l'aurora doveva essere vicina, si propose d'escire a vederla, e di correre un buon tratto di strada per dar corso al sangue e cacciare il freddo. — Sodisfatto di questo pensiero, si dispose a mandarlo ad effetto; indossò abiti più convenienti, cinse la spada, si coperse di un mantello bruno, e ravvolse la testa in un capuccio cremisino; poi escì dalle sue stanze e, attraversati gli androni del vasto palazzo, scese inosservato nella corte d'onore. Quivi si arrestò un momento, per assicurarsi che regnava intorno a lui la più profonda quiete. Tutti gli abitatori del castello dormivano. Dormiva anche Esculapio che, dopo avere interrogato le stelle e il codice di Guido Bonatto, credette di doverne attendere la risposta in sogno. — S'addormentò il valentuomo col libro fatidico stretto al cuore; ed ebbe infatti più assai che non s'aspettava, spettri ed apparizioni in folla. Peccato che la mattina seguente, nel tentare di rinvergare il bandolo a tanta copia di rivelazioni, non venne a capo di trovar altro fuorchè il ricordo della sua matta paura.