Escire dal castello senza essere veduto, non era cosa possibile. Le mura ai quattro lati erano cinte da una fossa, in quel dì torbida e colma dalle continue pioggie. Le porte erano munite di un ponte levatoio, che sulla sera veniva alzato; ed a ciascuna porta vegliava un alabardiere con ordini precisi di non dare entrata a persona, e di non permettere l'escita se non a chi ne giustificasse il motivo. — Il principe questa volta si trovò impacciato in quella stessa rete di precauzioni, che erano scrupolosamente mantenute per la sicurezza e il decoro della sua persona.

“Impossibile fare un passo senza aver cent'occhi a dosso, sclamò egli tra sè con dispetto; dimani cotesti oziosi non parleranno che della mia escita mattutina; e Dio sa, quante e quali spiegazioni sull'insolito avvenimento!„

Egli era tornato l'uomo cauto e circospetto di prima. Nondimeno s'avviò di buon passo verso la porta di levante, che era la principale del castello. Per buon tratto marciò ravvolto nella penombra di un alabardiere che passeggiava in su e in giù pel vestibolo, coprendo la lampada appesa alla imposta interna del portone. — Ma quando il soldato s'accorse d'alcuno che gli si avvicinava, fe' un passo di fianco, e lasciò che i raggi dianzi interrotti arrivassero all'incognito. Ma non avendolo ancora riconosciuto, gli diresse a voce alta e in modo deciso un chi va là? Il conte non si arrestò, nè rispose: con una mano rovesciò alquanto il capuccio che gli scendeva sulla fronte; coll'altra fe' cenno di tacere, ponendosi l'indice attraverso alle labra. Dietro quest'atto udì tosto lo scricchiolare delle catene, che scorrevano sulle puleggie onde abbassare il ponte, e vide aprirsi la porta di soccorso. Passato oltre e giunto a mezzo del ponte, girò lo sguardo indietro, ed ammiccò la guardia con un'aria ancora più solenne che voleva dire: “guai a te se parli„. Il soldato ritto al suo posto, appoggiando verticalmente l'alabarda allato della persona, accennò d'aver inteso, e ripetè in cuore suo “silenzio ora e sempre„. Chiuse indi la porta, e ritornò a misurare il lastrico co' suoi passi lenti e sonori.

LXX.

Varcato il rivellino e le poche opere che fronteggiavano il castello, costrutto a delizia non a difesa dei signori Visconti, escì sulla spianata che in allora non meritava nome di piazza, giacchè scarse ed irregolarmente collocate erano le casipole, che la circondavano. Dicontro alla porta principale si apriva la strada maestra diretta a Corte Olona: via serpeggiante, ineguale, vallicosa, come lo erano tutte a quei dì. Per breve tratto essa soverchiava la campagna, poi correva sepolta fra immense siepi, protette da piante, che sembravano aver comandato per un secolo al passaggero le più stravaganti deviazioni. L'intemperie dei giorni antecedenti l'aveva malconcia ancor più del solito: in certi punti, profondi avvallamenti ricolmi d'acqua la cangiavano in uno stagno impraticabile: ivi le pedate dei viandanti, pel ricorrente bisogno d'aprirsi un cammino fuori della pozzánghera, tracciavano sul ciglio della siepe una viuzza alta e sgombra, che si ricongiungeva alla strada maestra, appena questa tornava meno disagiata.

Il conte entrò di buon passo per quella strada e, mano mano che s'avanzava, si sentì crescere la voglia d'andare. — Senza che l'animo suo rientrasse in quell'ordine di idee che nella notte l'avevano inondato di tanta dolcezza, ne provava i benefici effetti in una calma dello spirito ed in un crescente ben essere del corpo, come se giungesse dall'aver fatto un'opera buona, e s'avviasse a riceverne la ricompensa. Camminò sulla strada superandone tutte le difficoltà, e seguendone i giri capricciosi, fin quando vide sulla siepe a manca aprirsi l'ingresso ad un sentiero, che immetteva nei campi. V'entrò a caso; e, postosi sur un arginello elevato ed asciutto, ripigliò il passo colla sua solita lena.

Ma fin qui egli non mirava ad alcuno scopo. Un incompreso desiderio l'aveva tratto fuori dal suo soggiorno, facendogli superare la tirannica legge delle consuetudini; ora, trovatosi all'aperto, rivolse gli occhi a quella parte del cielo, da cui si effundevano i primi albori del giorno.

Le stelle erano scomparse: solo una brillava a levante di una luce tremula e vivissima sur un fondo d'aria leggermente cerulea, davanti alla quale si diradavano le tenebre, ed a cui succedevano zone degradate di una tinta simile al color della perla, poi un leggiero incarnato, e un roseo intenso; infine un color d'oro ed un croceo vivacissimo, temperato da screzii porporini coll'orlo di fuoco.

Sotto l'influenza di quella luce ancora debole e sparsa, già tutto il creato ripigliava vita e calore. — Le piante cominciavano a verdeggiare; le frondi acquistavano varietà e rilievo. Qua la campagna si tingeva del verde scuro dei prati; là dell'arso colore delle stoppie: dove appariva inculta e grigiastra, dove bruna e solcata di fresco. — Tugurj e capanne, disseminate con apparente capriccio, mostravano da lungi la loro pittoresca miseria. Sporgevano fra pianta e pianta i tetti acuminati delle ville lontane, coperti di paglia. o di tegoli, ricoperti da una muffa rinverdita dalle piogge recenti.

Il sole non era comparso; e già da un'ora il braccio dell'uomo svolgeva la terra onde prepararla a ravvivarsi sotto i suoi raggi. — La tridua procella, interrompendo i lavori della campagna, aveva costretto il contadino alla più ingrata delle sue fatiche: l'ozio. In quel dì, per riguadagnare in parte il tempo perduto, usufruttavasi perfino la luce delle stelle. Prima dell'alba erano aggiogati i buoi, allestiti gli utensili, divisi i lavori. Uomini, donne e fanciulli, erano inoltrati nel lavoro, quando apparve il sole. I primi raggi non ebbero a riscaldare le membra di quelle creature già trafelate dalla fatica.