“Non vi accorate per ciò?... Le vostre donne e i figli cantano allegramente, come se il granajo sfondasse sotto il peso della messe.„

“Ah Messere, questi canti sono la nostra preghiera del mattino. — È già un gran dono del Signore se possiam vederci qui tutti riuniti al travaglio, e s'abbiam braccia a durarla. Quando non si merita nulla, anche il poco è un di più. Eh, Messer mio... v'ha dei più poveri di noi. Se noi dubitiamo del nostro avvenire al di là di quattro mesi, taluni dubitano d'aver pane pel dimani; e v'ha pur troppo di quelli che hanno la disperata certezza di non aver oggi di che sfamare i loro bimbi. Io sono per costoro quello che voi, Messere, siete per me. Del resto, il pensar tanto all'avvenire non sta bene a noi poveri villani; perchè troppo spesso avremmo fatto il conto senza l'oste. Quando il solco ci piglia la semente, non ci promette mai di restituircela. Talvolta la madre terra ce la fa vedere moltiplicata, e noi facciam conto d'aver cambiato i pugni di grano in staja colme: e poi?.... e poi una nuvoletta, in pochi minuti, ci affonda le moggia nel terreno, come fossero erbaccia di scioverso.„

Da tali parole il conte imparò, meglio che dai libri, alcune importanti verità. Apprese che costoro, la cui sorte meschina desta il nostro compianto, tante volte a più buon dritto meriterebbero la nostra invidia, perchè sanno opporre agli insulti della fortuna un'incrollabile fermezza ed una fiducia non meno soda. — Apprese ancora, che la felicità, o ciò che vi assomiglia, come la più comune delle piante, attecchisce meglio all'aria libera e nei bassi ordini sociali: chi ne vuol forzare il rigoglio col rinchiuderla nei serragli, riscaldati dal fermento artificiale dei desiderii, delle passioni, delle fittizie necessità, corre rischio di soffocarla in quel medesimo elemento da cui, a suo credere, dovrebbe trarre vita e sviluppo. Ma non concluse per ciò che si debba abbandonare chi lotta contro l'avversa fortuna alle sagge lezioni della innata sua filosofia. — Trovò che una bella parte era serbata anche a lui: la parte della providenza, cui il poverello affida le sorti del suo avvenire.

Si fece perciò dichiarare il nome di quei meschini, e volle sapere quello del suo interlocutore, per dare ai primi un pronto soccorso, per non lasciar mancare pane a quest'ultimo dopo i quattro mesi assicurati dal magro ricolto.

Lieto di una tale risoluzione, che lo faceva certo di non avere speso male i suoi passi, fu ad un punto di retrocedere; ma il cuore, senza additargli una nuova meta, le invitava a continuare nel suo cammino, e il conte, docile agli avvisi del suo consigliero che fin qui lo aveva guidato a bene, andò avanti.

Poco oltre, succedeva alla campagna ben coltivata, una landa sterile e selvaggia; lavoro delle acque, che avevano roso il glutine fecondo del suolo, mettendo a nudo l'argilla. Ivi, non più traccia di solchi. In alcune parti il terreno sembrava il letto di un'antica alluvione; in altre, dove le acque avevano trascinato la terra sativa, sorgevano mucchi deformi, sui lati dei quali verdeggiavano copiose ceppate d'erbe grasse.

Un vecchio mandriano, pratico di quella grillaja, spingeva davanti a sè col bastone una greggia scarsa e macilenta che, dopo d'avere errato lungamente, sembrava protestare belando contro l'intolerabile fastidio di un nutrimento, a cui il pecorajo avrebbe voluto accomodarla. — E infatti, dove era raccolta la terra atta alla vegetazione, stagnavano pure i rigagnoli; e dal fondo paludoso sorgevano verdure acri e nauseabonde, anche pel più sobrio palato.

S'invogliò il conte di conoscere se quell'improviso mutamento era dovuto alla natura perversa del suolo, oppure all'abbandono degli uomini. Chiamò quindi a sè il pecorajo, e lo interrogò.

“Trent'anni fa, soggiunse costui, quando io scendeva dai monti d'Oltrepò per trovar foraggi alla mia mandra, che era tutt'altra cosa da quello che vedete qui, queste erano le più belle, le più fertili campagne del contado. Se ne vantava il massaro di Genzone, e, sprezzando i suoi vicini e la lor roba, soleva dire che nessuno al mondo sapeva condurre un aratro, nè concimare un solco, nè tampoco distinguere il loglio dalla biada. — Egli andava tronfio e pettoruto come se tutti dovessero chinarglisi dinanzi. E infatti pareva che la messe d'ogni anno si pigliasse carico di farlo divenire ancor più superbo. — Il suo granajo era sempre colmo. — Ma venne il disgraziato anno della pestilenza; e la famiglia del massaro per giustizia divina fu la prima ad esserne colpita. — In questi solchi, di cui menava gran vanto, il superbo, che Dio gli perdoni, riposa con quattro figliuoli ed altretante nuore. Da quell'epoca la sua terra rimase deserta e maledetta: non v'ha chi osi seminarvi un sol granello d'erba fienaruola. È roba di tutti, e perciò nessun la vuole. — Io solo visito ogni anno questa povera campagna, e dico requie a' suoi antichi coltivatori. Ma anche le mie pecore par che sentano il malanno ogni volta che sono costrette a piegar il muso su questi magri brùscoli.„

Anche di ciò prese nota il conte; e stabilì dentro sè di provedere con miglior agio a ridonare a quella terra l'antica sua floridezza; poichè, se a quella mancavano le braccia, v'erano delle braccia cui veniva meno il lavoro.