CAPITOLO DECIMO
LXXI.
Passato il deserto, entrò in un bosco, poi valicò una costiera; percorse nuovi campi, ed altre boscaglie, saltò ruscelli e gore, finchè giunse alla località designatagli, da cui vide sorgere la torre guelfa di Genzone. Di là alla riva del fiume vi erano pochi passi. Egli non vedeva ancora l'acque dell'Olona, mascherate dalla sponda alta ed ingombra di piante, ma ne sentiva il fremito; poichè in quel tratto, a cagione della insuperabile arginatura, essa defluiva più violenta e spumosa. Dietro gli argini e nei naturali avvallamenti del suolo si vedevano ad ogni tratto acque morte e pozzanghere, abbandonate dal rigurgito dei ruscelli, che non avevano libero deflusso.
Il sentiero, su cui camminava il conte, si rendeva ancora più tortuoso ed ineguale. Mano mano che esso s'avvicinava all'Olona, crescevano gl'ingombri, e si facevano più fitti i rovi e gli sterpi; finchè, varcato l'argine maestro, scendevasi per una china insensibile alla riva del fiume. Ivi le acque ingrossate salivano ad occupare la sponda declive e l'argine, ingolfandosi in ogni seno e rodendo la viuzza e la riva.
Questa doveva essere la meta del nostro viandante; e qui difatti egli stava per voltare indietro e rifare la strada, rinunciando a Genzone ed alle cortesie del batelliere. — Ma non v'ha chi giunga in capo ad una via e, al momento di retrocedere, non si arresti un istante per fissare lo scopo, qualunque esso sia, del suo cammino. — Così fece anche il conte. Cessato il rumore dei passi intese meglio quello delle acque correnti; e, volgendo l'occhio intorno a sè, contemplò con animo conturbato la natura selvaggia del bosco, che aveva percorso. Gli parve allora che la scena, su cui prima il suo occhio aveva vagato con indifferenza, assumesse un aspetto sinistro; che quel sentiero diventasse più angusto; ch'entro il bosco l'aria fosse scarsa e pesante. Anche le forze non erano più valide e complete. La sosta, rendendogli gradita una momentanea inerzia, gli faceva provare un primo sintomo di stanchezza. Per fino il frastuono della corrente gli recava, o sembrava recargli, all'orecchio qual cosa di nuovo e d'infausto.
Egli non era però tal uomo da cedere alla stanchezza. Avrebbe riso d'ogni tentazione superstiziosa: avrebbe arrossito di un atto di paura. — Ma, mentre era pronto a respingere ogni codarda esitanza, non voleva o non poteva chiuder l'animo ad un presentimento mesto e indefinito. Il fastidio della solitudine lo spingeva ad escire dal bosco; un sentimento d'opposta natura ve lo tratteneva, come se dovesse attendervi una decisione, una sentenza, la fine di un dubio. — Ritto sui due piedi, con una mano sul petto e l'altra appoggiata al pomo della spada, levando la testa fuor del cappuccio arrovesciato, percorse con rapido sguardo gli oggetti circostanti. — Nulla vide di nuovo o di strano: allora condannò sè stesso a scontare la pena della sua colpevole apprensione, arrestandosi quant'era d'uopo per indagare quale ne fosse stata la causa. A quell'esame ogni malaugurio svanì: tutto rientrò nel corso ordinario delle apparenze di niun conto: tutto, fuorchè una cosa. Allo strepito delle acque s'accoppiava, senza confondersi con esso, un suono più lieve e più strano. Tese l'orecchio, ed arrestò il respiro per ascoltar meglio; quel suono simigliava ad un lamento. Gli intervalli di silenzio che separavano l'uno dall'altro s'andavano allargando; il lagno si faceva più sommesso, più fievole; quasi che il punto da cui partiva s'allontanasse, o come se languissero le forze di chi l'emetteva.
Guidato da quella debolissima scorta, ormai non più sensibile di un sospiro, ritornò verso il fiume, vincendo con raddoppiata gagliardía gli ostacoli che gli ingombravano il cammino. — Toccata la riva, scese quanto era possibile sul pendio di essa, e raccolse i sensi per ascoltar meglio; non si udiva che lo strepito dell'Olona. Non contento di ciò, abbrancando i rami di un albero, si prostese inanzi, lanciandosi a corpo perduto sul ciglio della riva: non udì nulla. Si ritrasse di nuovo, e fece ala colla mano all'uno e all'altro orecchio, per rubare all'aria i suoi secreti: ancora nulla. Si sdrajò finalmente, e pose l'orecchio sul terreno, sperando che il suolo gli recasse qualche vibrazione sonora: sempre nulla. Allora rialzandosi, disse tra sè. — “Stolto, chi soffre sono io.„ — Ma non appena ebbe compita la frase, vide al lato opposto del guado un oggetto candido, leggiero, fluttuante, scosso dalla corrente e trattenuto dalle radici di un albero. Benchè gli fosse vicino, non potè rilevarne le forme, perchè intercettate dallo spessore della macchia. Pur vide tanto da mettere da parte il dubio che fosse arredo, od involto, o schiuma d'acqua condotta giù per la corrente. Con quanta ansietà egli movesse a quella volta, non è facile il dirlo. — Convulso, tremante, scuotendo lungi da sè ogni impaccio, aprendosi colla spada la via in mezzo ad una rete di frondi, si trascinò alla riva del guado. Là comprese di che si trattava, e benedisse Iddio che gli aveva mandata una buona inspirazione, ed il suo cuore che non l'aveva respinta. Quell'oggetto fradicio e bruttato di fanghiglia era la gonna di una femina. La tinta di quel lino aveva perduto l'originaria purezza, ma il bruno terso di una ricca capigliatura disciolta ne rilevava in alcuna parte il candore. L'infelice era stesa boccone sur alcune tavole mal connesse, che si tuffavano nell'acqua, o salivano a galla, sospinte dall'urto della corrente che tentava trascinarle seco, o trattenute dalle radici che glielo impedivano. Le vesti, benchè lacere, conservavano l'impronta di una certa quale eleganza; i capelli le nascondevano il volto, il seno e gli omeri, ma ne lasciavano indovinare la gioventù e la bellezza. Più rassicurante caparra di sì preziose doti erano i contorni di tutto il corpo, che, sotto le pieghe della veste inzuppata, si disegnavano puri e squisiti come quelli d'una statua antica, ed a cui l'abbandono fortuito della posa aggiungeva quella compostezza, che comanda il rispetto. Il braccio manco era ripiegato sotto la testa, e fuor dall'onda dei capelli esciva una mano alla quale nè il contatto di tante sozzure, nè il lungo oltraggio, avevano tolto o scemato il naturale candore. Il dorso di essa, leggermente screziato da vene turchine, era pallido e trasparente come la cera; le dita snelle ed affusate si facevano alquanto livide all'estremità. Solo il pugno conservava ancora un avanzo di vita, per stringere alcun che di ignoto.
Tutto ciò vide il conte in un sol colpo d'occhio; e comprese, o per dir meglio indovinò, la sorte dell'infelice. Ma quando chiese a sè stesso: “Chi sarà mai quella donna?...„ senti trafiggersi il cuore da un coltello, come se fosse certo che la sventura era toccata alla più cara persona, ch'egli aveva al mondo. — Ogni conforto della ragione, ogni artificio della mente, che in altro istante e in divers'uomo avrebbero trovato più di un argomento per condannare una temeraria certezza, o per eludere un dubio fondato, non ebbero alcun potere sur lui. Pure il dolore, già divenuto estremo e disperato, non lo rese inerte. Mosse, o meglio volò al soccorso. Si sciolse da quell'ingombro, superò il guado, raggiunse l'altra riva, senza sapere, nè allora nè poi, come arrivasse a tanto.
LXXII.
Non appena sceso in riva al gorgo, si lanciò nell'acqua, senza consultarne la profondità, non curando il pericolo al quale si esponeva. A grave stento, e con uno sforzo che solo un amore appassionato rende possibile, giunse ad afferrare una delle radici che arrestavano le tavole. Stretto ad essa, spinse l'altra mano a toccare il margine dell'oggetto galleggiante. Fu incerta la prova, ed alla prima parve disperata, perocchè la corrente gli rubava le forze, ed il nerbo di esse bastava appena a farlo star ritto sopra un terreno sdrucciolevole e chino. Oltrecciò, un urto inopportuno poteva staccar la tavola, rimetterla in balía delle acque, e farla perduta per sempre. Ma il coraggio, che lo faceva trionfare d'ogni difficoltà, andava cauto ne' suoi procedimenti. Non spese egli perciò maggiori forze di quelle che fossero d'uopo a ben riescire; e riesci infatti a ghermire la tavola, a sbarazzarla dalle barbe cui era impigliata, e a trarla intatta alla riva. Escì egli pure dal gorgo tutto molle e lacero; ma non s'accorse dell'esser suo; non vide tampoco da uno squarcio dell'abito la ferita che egli aveva riportata al braccio destro, nè il sangue che feceva rossa l'acqua sottoposta.