Ridotto in salvo il corpo della sommersa, non ebbe bisogno di mirarla in volto per assicurarsi che la sua sventura era certa e completa.

“Morta, morta! — sclamò egli con tuono desolato, pronunciando chiaramente le parole come se alcuno l'udisse — morta, qui a me vicino; perchè l'ultimo gemito dell'agonizzante fosse la sola eredità del nostro amore. Ed io, io che accorreva a salvarti, diletta Agnese, che avrei dato cento volte la mia vita per far lieta la tua, io giunsi troppo tardi; come fossi vile o spietato.... Non vedrò dunque più quegli occhi, la cui luce sedava d'un tratto ogni tempesta dell'animo mio; non udrò più la tua voce, il cui suono era temperato e soave come il secreto avviso del nostro buon angelo. — O Agnese, Agnese, tu non dovevi vivere meco; tu venisti presso di me a morire.„

Nel pronunciare tali parole, stese la mano con pietosa riverenza sulla salma, e le sgombrò il volto dai capelli umidi e disciolti; sperando, forse, che un soffio d'aria e un raggio di sole potessero rianimarla.

“Oh come sei leggiadra Agnese mia, — continuava il conte, fissandola in faccia. — La vista di un cadavere genera ribrezzo; ed io non mi sazio di contemplarti, come se in te fissassi il sembiante di un bambino che dorme. Lo spirito, fuggendo dal suo carcere, vi ha lasciato un raggio di quella bellezza, che non si estingue. — Ma che? soggiunse egli animandosi, perchè il tuo labro tace, perchè l'occhio è velato e il petto non traduce a' miei sensi i battiti del cuore, dirò che ogni speranza è perduta? Non tenterò io di riscaldare la tua fronte agghiacciata?„

Appena ebbe dette queste parole, si curvò sulla spoglia e, con uno slancio temperato dalla carità, pose la mano sulle mani di lei, e tentò sollevarle. — La destra, benchè rigida ed aggranchita, lasciò cadere in quel moto un rotolo di pergamena, che il conte raccolse, spiegò, riconobbe. Erano versi: quei versi che egli scriveva ed obliava a Campomorto, perchè raccontassero ad Agnesina, nell'unico modo possibile, la storia de' suoi affetti: quei versi che, attagliandosi alla ignota corrispondenza della donna cui erano diretti, contenevano una protesta d'amore, od un puro atto di cortesia, a piacere di chi leggeva. Lanciati a caso, come un dardo nella oscurità, potevano ferire un cuore inerme e sensibile; ma cadevano ottusi ai piedi di chi non li gradisse, o non li volesse comprendere. — Chi avrebbe mai pensato che quello scritto doveva tornare così presto al suo autore e servir di risposta a sè medesimo? Se Agnesina viva, desta, conscia di sè, si fosse presentata al conte, tenendo in pugno il suo foglio, bisognava dire che ella voleva renderglielo con un crudele rimbrotto, o con un sorriso di pietà ancor più crudele; perchè, se ella fosse stata tocca nel cuore da quelle parole, avrebbe con ogni cura celato al mondo intero, e sopratutto agli occhi di un uomo, e di quell'uomo, il possesso del tesoro che la faceva arrossire. Sperare che ella raccontasse all'amante di aver letto i suoi carmi, di ritenerli per sè, di gradirli come cosa a lei dovuta, era follía. — Questo amore doveva essere un mistero; bisognava sorprenderlo, indovinarlo. Il bivio adunque non offriva un'escita felice: in capo ad esso s'incontrava o il silenzio di Agnesina, che equivaleva ad una ripulsa; o una lieta risposta, ma a patto di riceverla dalla mano gelida di un'estinta.

Agnese aveva confessato a sè, nel secreto delle sue aspirazioni, in ossequio ai suoi sentimenti, fuor d'ogni rapporto col mondo, il suo amore: il caso fece il resto. — Il conte si dolse, e si rallegrò ad un tempo; benedisse ed imprecò al destino; salutò il nuovo affetto, e pianse la sorte che lo annullava di colpo.

Quella scena non era meno lugubre del sepolcreto, in cui un dì Romeo scendeva a visitare l'assopita Giulietta: la situazione dei nostri attori rassomigliava assai a quella dei due fidanzati. — Ma il Conte di Virtù non disperò, come il focoso figlio dei Montecchi, di rivedere l'amata donna; il cuore suo mandava sangue, ma non si rinchiudeva per ingojare il veleno della disperazione. — Non cercò egli un'arma per cadere vicino all'amante: ma pregò il cielo fervidissimamente che la risvegliasse dal suo letargo, e la rendesse ai suoi amplessi.

“O Agnese, davanti a Dio che mi vede, e per l'amore di tuo padre, io giuro, che non amerò altra donna che te. Se tu non ritorni alla vita, io ospiterò la tua spoglia nelle tombe de' miei maggiori. Santo ed onorato sarà il tuo asilo. — Ma se i tuoi occhi si riapriranno, deh! che essi riflettano su me, ancora una volta, il raggio vivificatore delle tue virtù, onde per esso siano ritemprate le mie forze, e si compia il gran disegno di tuo padre. Viva o estinta, pur m'appartieni, o Agnese. Ho giurato a me stesso di vivere per te. Aspettai nel silenzio la tua risposta. — Oggi, mentre il tuo labro si chiuse forse per sempre, oggi mi hai parlato d'amore. Tu dunque sei mia sposa.„

Allora, con uno slancio, di cui non fu certo consigliera la ragione, impresse un bacio sui capelli e sulla fronte di Agnesina. Nè si pentì di quella licenza; anzi fu scosso fin nel più profondo dell'animo da una dolcezza tutta nuova. Gli parve che la fronte d'Agnesina non fosse fredda. Incoraggiato da questa prova, e trovandosi solo, inetto quindi a prestarle validi soccorsi, od a chiederne agli uomini colle preghiere e colle grida, non dubitò che gli fosse lecito consultare le fonti della vita su quel corpo esanime, stendendo la mano sul suo cuore, per carpirgli il secreto de' suoi intimi moti. Il solo mettere in questione un tal disegno, sarebbe stato come giudicarlo un atto profano e respingerlo. Fu l'affetto il più puro che lo guidò: la mano, inconscia della propria temerità, penetrò sotto il velo della veste sparata sul seno, e si posò non timida nè ardita sul corpetto di lino. — Quella mano altro non rilevò fuorchè un tiepido ancora più sensibile. Quell'aura di vita, più intensa alla regione del cuore, sembrava espandersi e temperare alquanto il mollore dei lini circostanti. Ma il cuore era muto. Ben sentiva l'interrogatore pulsare il proprio con un aumento di vita febrile e doloroso. Gli risuonavano all'orecchio i battiti concitati delle tempia; e le vibrazioni dell'onda sanguigna imprimevano un moto involontario alle sue braccia, nello stesso punto bramose e renitenti, timide ed ardite.

Ma finchè egli stava inclinato su quella specie di bara struggendosi in consultazioni, in preghiere, in desiderii, era nulla l'opera sua. — E forse un pronto soccorso poteva essere seguito da felice risultato. Per la qual cosa, sospinto da una carità vogliosa d'operare, si levò dal suo posto, corse in un attimo sulla riva, girò lo sguardo, chiamò aiuto colla voce, e stette un momento tutt'occhi ed orecchio a spiare se alcuno accorreva alla chiamata. — Il caso gli fu propizio. Non andò guari che vide scendere, lungo il margine del fiume, un garzoncello di tristo arnese, che gettava uncini nell'acqua per rubare al ladro, com'ei diceva: cioè per pescare legna od arredi trascinati giù dalla corrente. Lo chiamò a sè; egli accorse. Postogli sotto gli occhi un bel ducato nuovo, lo inviò da Ranuccio per invitarlo a scendere col batello in aiuto di una creatura in pericolo della vita.