Tornato il conte al suo posto, trovò ogni cosa come prima; ma dopo qualche tempo, e dietro un esame più minuto, gli parve che il volto della languente fosse meno livido: le pose di nuovo la mano sul precordio sinistro, e non osò dire di sentirlo battere, ma gli sembrò che nella parte più profonda di esso, assai lungi dalla mano, si risvegliasse un tremito, simile ad una successione inceppata, ma rapida, di battiti impercettibili. La scoperta accolta con gran diffidenza, poi respinta come un'illusione, entrò poco dopo nel novero dei lieti presagi, finchè, avvalorata da altre prove, cessò d'essere una vaga speranza per divenire un fatto certo ed incontrastabile. — E fu provida cosa, ch'egli arrivasse per gradi a sì bella scoperta. Una súbita gioia è per solito più perniciosa che un'improvisa sventura; perchè noi, poveri mortali, per natura e per uso, siamo meglio preparati alle ire che non alle carezze della fortuna.
Levatosi allora dalla posizione a cui lo costringeva il suo incarico, fermo però sulle ginocchia, volse lo sguardo e tutta la persona al cielo, e con uno slanciò di pietà, che non può essere tradotto a parole, porse grazie vivissime a Dio, sclamando con enfasi indescrivibile: “Grazie, o Signore; voi avete esaudito le mie preghiere.„
Ma perchè questo sintomo di lieto augurio, che pur lasciava sussistere ancora gravissima angoscia, non andasse perduto, era necessario favorirne lo sviluppo cogli argomenti dell'arte. Non cercò il conte se avesse seco farmaci o cordiali; non sperò ottenerne dalla carità di Ranuccio; non chiese a Dio che operasse un miracolo per mutar le pietruzze del fiume in celidonie, o gli sterpi in adianti e panacee, ma si diede, con tutto zelo e fuor d'ogni riserbo, a quelle cure che riputava più atte a richiamare il calore e le forze vitali dell'assopita.
LXXIII.
Piegato un ginocchio accanto a lei, coll'altro le fece spalliera; e, levatala dal suo giacitojo, senza nuocere al suo casto abbandono, la accostò a se, appoggiando il dorso di lei al proprio petto, e raccogliendo il capo cadente sulla sua spalla; intanto che, serrandola tra le braccia, gustava senza rimorso la dolcezza di un amplesso. Ogni suo atto era sollecito, pietoso, ingenuo come quello di una madre che regge il proprio bambino dormente. La strinse più volte, e la baciò in fronte; e, postale una mano sul capo, le stropicciava le tempia per incalorirle; poi, staccandosi alcun poco da lei, si deliziava nel contemplarla, sempre più convinto che quel volto pallidissimo era il sembiante di chi dorme d'un sonno profondo, e si deve svegliare tra poco.
Se è vero che un fluido misterioso, elemento della vita, può, col rituale di una nuova scienza, esser trasfuso dall'una all'altra creatura, di modo che due esistenze, due volontà, due menti si confondano in una, e questa divenga padrona di quella; chi porrà in dubio che questo spirito vivificatore, di cui è lecito dar ad altri la nostra parte esuberante, non operi il più ovvio prodigio di ravviare un'esistenza momentaneamente sospesa, di scuotere i sensi ottusi, di riaccendere una mente assopita? — Che se alcuno dei nostri lettori non vuol accomodarsi a questa ipotesi, pensi, che intorno ad un corpo vivo ed infervorato da una forte passione, aleggia un'aura tiepida e ravvivante, che deve essere avidamente bevuta da un corpo spossato, in ragione appunto della sua momentanea debolezza. Ad ogni modo, senz'altro occuparci della cagione, attestiamo il fatto che Agnesina tornava alla vita, che il suo cuore batteva abbastanza libero e spedito, e che un lieve incarnato le si effundeva già sulle labra e sulle guance.
Ma la vita fisiologica era in lei completa, e l'anima ancora dormiva. Le sensazioni che la fanciulla provò tornando in sè, erano varie e degradate all'infinito. — Da principio credette avvolgersi in una densa nebbia, entro cui brillavano screzii di luce serpeggianti o fissi, più spesso tremuli e pronti ad estinguersi ed a riaccendersi. Poi le parve ascoltare dei suoni, varii anch'essi ed indeterminati: uno scroscio od un sibilo simigliante a quello d'una cascata d'acqua; e da quel ritmo monotono si destavano note armoniche, che, ritessute insieme, componevano melodie e ritornelli. Poi, alla frescura dell'aria che le accarezzava il volto, al calore ravvivante che sospingeva per le sue arterie un sangue nuovo e rigoglioso, sognò d'essere a Campomorto, seduta tra il padre e l'amante, beata di destare e di sentire affetti soavi, ignara solo nella scelta di colui al quale dovesse render prima il suo amplesso, o di chi gradir meglio le carezze, o con chi vivere più felice. Ma nulla andava perduto per lei in quella dolce visione. Stendeva la mano ad un cavaliere, bello, nobile, e d'aspetto fiero; colui, già terrore de' suoi nemici, smesso il piglio del comando, sembrava aspettare un cenno della sua donna per obedire. L'occhio ella volgeva a suo padre, e sulla fronte di lui, abbellita da una canizie prematura, leggeva la gioia che assente e che applaude. Stese la mano con affetto, ed incontrò quella del cavaliere, che l'accolse e la strinse amorosamente. Il padre li comprese entrambi, e li benedisse.
Quella stretta appassionata non era un'illusione; il fascino di uno sguardo affettuoso non era sogno. In tutto ciò che riguardava il suo affetto, lo spirito di Agnesina, precorrendo il giudizio dei sensi, era desto, vivo, completo. — Dietro al velo dell'allucinazione si svolgeva un dramma veritiero: a poco a poco le larve sparivano; e al vacuo lasciato da esse si andava sostituendo un'idea giusta, un fatto certo; e dietro questi altri fatti, altre idee.
Vivere è pensare e ricordare. La mente crea ed elabora senza riposo; la memoria riordina; la ragione vaglia, pondera, sceglie. Spesso nel sogno e nel delirio v'ha più vita che non nella veglia; perchè il pensiero, libero di sè, può percorrere tutto l'universo senza che una virtù moderatrice gli tarpi le ali. Ma se il lavoro della mente in quel mezzo fu troppo attivo, divien tosto languido e s'arresta del tutto, quando è scomposto da un improviso risvegliarsi. Chi corre a precipizio su di una via, non può escire tosto dalla sua carriera, e tentarne un'altra di pari passo. È necessario ch'egli prima si arresti. — Ma talvolta lo svegliarsi è simile al ricomporsi lento e graduato di una macchina che ripiglia il suo moto: allora le fantastiche creazioni della nostra mente non crollano del tutto; l'abbaglio è messo in fuga, il vero rimane.
Il cielo che Agnesina mirava, durante il suo letargo, era quello che le si stendeva sopra il capo: il fremito armonioso, che ella ascoltava, era il rumore della piena. Le strette, gli sguardi, le intelligenze amorose avevano un riscontro in ciò che le stava intorno. Le parole del conte, ancorchè non fossero comprese dal suo orecchio, lo erano dal cuore; il quale, prima inerte e muto, apprendeva a palpitare sotto la foga dei palpiti altrui.