Un tal corso di allucinazioni ebbe due stadj ben distinti. Il primo fu quello di un sonno profondo, in cui l'ideale pe' suoi contorni decisi assumeva l'aspetto di cosa vera: la dormiente allora credette essere desta, e sognava. L'altro era uno stato di dormiveglia, in cui, sparite le ombre, restavano gli oggetti materiali; allora la languente credeva e voleva sognare, ed era sveglia. Perciò, quand'ella udì la voce del suo amante, e lo vide, e ne sentì l'amplesso, volle continuare nel sogno, e temette lo svegliarsi.
Tutto era ridente intorno a lei, tutto incantevole; ma quello stesso incanto lasciavale travedere probabile ed imminente il mutar scena. Soltanto dopo una successione di fatti e di prove, lo spirito, tornato alla sua lucidità ordinaria, pose il suggello della evidenza a quel miragio. — Dir se e quanto Agnesina ne andasse lieta, è ardua cosa: il bene e il male, la certezza ed il dubio, la fiducia e lo scoraggiamento si avvicendavano rapidamente, e producevano in lei un'anarchia di sensazioni. — Intanto il disordine delle idee e la stessa esitanza la lasciavano in tale inerzia, che equivaleva alla esplicita accettazione dei fatti di cui era involontaria attrice. Ciò che ella vagheggiava in sogno, desta non respingeva. Tranquillando la sua coscienza col pensiero che nulla aveva fatto per preparare ed affrettare simile vicenda, ella subiva con facile rassegnazione la legge del destino. Ora, in quel punto, il non aver voluto era poco, bisognava volere ricisamente ed efficacemente il contrario. Ma dove mai avrebbe trovato le forze per lottare contro gli interessi del suo cuore? come fuggire? chi poteva recarle soccorso? In qual modo ed a qual fine avrebbe agguerrita la sua virtù per respingere colui che ella amava appassionatamente? In balía al delirio che l'aveva tratta ad un incolpevole abbandono, ella non correva ma si lasciava trascinare sul pendío, dove rizzarsi e ritornare sui proprii passi era cosa impossibile.
LXXIV.
Il rivivere dei sensi fu sul volto d'Agnesina annunciato da un corrugar della fronte che accennava dolore o sbigottimento. Il conte, che chiedeva al cielo null'altro che la vita di lei, gradì quel sintomo, ancorchè non gli fosse propizio. — Finalmente il suo occhio si schiuse; e il labro, con un tuono languido ed interrotto, articolò alcune parole.
“Dove sono? — disse ella, tentando di sollevare il capo, — chi mi condusse qui? Voi forse? Ma chi siete voi? Fatemi sentire la vostra voce.„
“Agnese, soggiunse il conte, non temere, io sono l'ospite di Campomorto. Io ho benedetto la mano, che medicò la mia ferita; deh, per pietà non maledire, o fanciulla, quella che osò giungere a te, per arrestare una vita che fuggiva!„
“Ma come mai io mi trovo qui vicino a voi? Spiegatemi questo mistero. Ditemi, se io sogno: parlate.„
“Quando due cuori si ricercano, invano si pone tra loro l'universo; tempo verrà che si incontreranno. — L'addio scambiato a Campomorto, voleva dire: ci rivedremo.„
“Questa era dunque la posta?„ — chiese Agnesina con un'aria meravigliata.
Il conte narrò nel modo il più semplice le avventure della fanciulla per quella parte, che gli erano note. Disse di sè non più del vero; e diede alla providenza ogni merito del buon successo.