“Oh oh! per dinci!.. lui!.. qui!.. con noi!.. cosa strana, singolare!..„ risposero in coro i compagni, squadrando da capo a piedi il nuovo arrivato.

Chiusa la porta dietro lui, egli andò a pigliare il posto, che i suoi gli avevano fatto serrandosi rispettosamente. — Tutti tacevano; egli il primo ruppe il silenzio.

“Così avete voi eseguito i miei ordini? Vi ho messi qui padroni assoluti del castello, e voi vi lasciaste aggratigliare da quattro tangheri? Vigliacconi! Che avete voi fatto? Perchè portate una spada al fianco ed una picca tra le mani? Codardi, soldati da chiocciole! Tanto vale per voi il pregar Dio che vi faccia morir qui, poichè v'attenderebbe a Milano il maestro delle cavezze; mi capite?..„ e, con un gesto assai significativo, rischiarò la frase.

“Davvero!.. per pietà!.. misericordia!.. Ho moglie e figli!.. Dio ci scampi....„ soggiunsero ad una voce i disgraziati.

“Parli uno alla volta, — interruppe Medicina, che in quella ondata d'interjezioni non comprendeva una parola. — Voglio sentire le vostre discolpe. Parli Golasecca, e ci racconti l'accaduto.„

L'interrogato, che era ebro cotto d'abitudine, come l'indicava il suo nome, alzò il capo sonnacchioso, e con una faccia da tulipano sbucciato mormorò tra i denti: — “Io? non so nulla, io. Messere ne diè in consegna il castello, coll'appendice della cantina. Carta bianca a tutti, purchè si mettesse a soqquadro. Io nuotai nella vernaccia come un papero finchè n'ebbi alla gola; di là chiusi un occhiolino, e non l'ho riaperto che a sole alto, in questo pollajo. — Ci deve esser stato di mezzo qualche affar grosso: ma che fu...? indovinalo grillo.„ — Dopo tali parole accosciatosi di nuovo e rimesso il capo tra le mani, e le mani sulle ginocchia, ripigliò il filo de' suoi sogni dorati, russando come un mantice fesso.

Un altro si pigliò il carico di riferire la cosa a Medicina; e se egli no'l fece con ordine, e con parole acconcie, diede almeno indizio al suo capo d'essere perfettamente in cervello.

“Ecco, — prese egli a dire; — voi ci avete lasciato a Campomorto coll'ordine di spogliare il castello, d'ammucchiare il meglio che vi si trovasse, e di tenere in soggezione quei pochi sornioni che ci facevano il viso accigliato. Noi abbiamo eseguito appuntino i vostri ordini; ed eravamo così contenti dei fatti nostri, che trovammo tempo e cuore per far baldoria a spese dei signori e del comune. — Dirò di più che quei visi lunghi si spianarono a segno, che ci avrebbero dato dei fichi fiori per renderci sodisfatti. Nel pian terreno del castello surgevano mucchii di bellissime robe raccolte per voi e per noi, che v'aspettavamo da un momento all'altro. Dopo il lavoro vien pe' suoi piedi il bisogno di alzare il fianco, per poi mettersi al riposo. La giornata era stata greve: cominciando da quella corsa per arrivar qui, che abbiam fatto di volo, cariche le spalle e colla pancia asciutta. — Un sacco vuoto, lo sapete anche voi, non sa stare ritto. — Fu dunque convenuto di fare un sontuoso pasto. Ogni massaro del villaggio ci pagò un tributo di polli e d'oche; due enormi pentole sostenute da pali bollivano in mezzo alla corte, mentre vi scoppiettava sotto una fiamma allegra, nutrita collo sfasciume di questa gran topaja. A suo tempo ognuno di noi s'unse il mostaccio in quel sugo. Circolavano nel campo scodelle di zuppa cogli occhioni dorati, che avrebbero fatto gola a un frate: poi ebbimo pollame e carni salse, cacio pecorino e frutta; infine più che il bisognevole per immollare il becco. Oltre i fiaschetti di vernaccia e di vin santo, che ciascuno aveva conquistato per sè, e cui faceva l'amore in disparte, v'erano tre grandi tinozze, alle quali s'andava a spillar del buono, per ammorzar l'incendio della sete e delle parole. Era di quello che schizza agli occhi, e caccia all'aria i fastidj: un vinello, che a Milano non si beverebbe per una manata di terzuoli al sorso. — Da principio eravamo tutti muti, come in un refettorio: poi si sciolsero i scilinguagnoli, e toccò via una parlantina generale, che pareva un mercato. Era una gara a chi le diceva più marchiane: sempre però col dovuto rispetto al signor Barnabò ed a voi, alla cui salute abbiam trincato non so quante volte. — Così dalle parole alle grida, da queste alle canzoni, ci tenemmo desti fino alla tarda ora. La corte pareva un campo di battaglia; ossa, carcami, reliquie d'ogni commestibile, e il suolo molle anch'esso da rivi di vino; poichè i beoni, credendo di aver proveduto alla sete d'un mese, non si curavano di turar gli spilli. — In mezzo a quella baldoria, io non tralasciai di predicare a' miei compagni: stiamo in gamba, figliuoli: non è casa nostra codesta: non per lo spreco; che m'importa a me della roba altrui? ma non vorrei che ci andasse di mezzo l'affar nostro: giudizio, che può capitar ancora un serra serra. — Ma era voce al deserto: eccezion fatta di alcuni pochi, tutti erano come colui là (e additava Golasecca) ebri più che una monna. Intanto s'era fatto bujo del tutto; spirava un'aria fresca, e s'aveva bisogno di dormire. Levate le mense, quelli che avevano gambe a reggersi entrarono nei vestiboli del castello, e cercavano riposo sulla fresca paglia che s'era distribuita in doppia fila lungo i muri degli androni. Mezz'ora più tardi, un russare generale attestava che tutti erano addormentati.

“Siate buono, o messere, e non ridete di quel che sto per narrarvi. Dite che la è cosa strana, prodigiosa, e che pare incredíbile: ma credetela, affè di Dio, perchè essa è vera. De' miei compagni ve n'è qui ancora un buon numero; essi aggiungeranno fede alle mie parole. I fatti sono fatti, e senza una ben grave cagione non saremmo col muso alla grata; chè il sangue l'abbiamo anche noi nelle vene, e...„

“Avanti, avanti„ — interruppe Medicina, cui quelle proteste sì discordi dalle opere gli mettevano un razzolio interno tutt'altro che piacevole.