“Scusate, messere, torno alla pesta. Io non so quanto tempo durasse la calma tra noi; ma non erro asserendo che doveva esser molto inoltrata la notte, quando il silenzio fu turbato da uno strido di uno dei nostri, che riposava nel fondo dell'androne, presso una finestra rivolta alla corte. — Non fu però il grido che destò gli altri; la stessa causa che operò sul primo diffuse, colla rapidità del lampo, lo sgomento in tutti quanti. E lo sgomento, ve lo giuro, fu orribile; tanto che il tranquillo dormitorio parve divenuto uno di quei gironi d'inferno descritti da quel messer di Firenze, che deve esservi andato per saper raccontar tante paure. — Chi gridava a piena gola, chi gemeva sommesso, chi sospirava. V'erano di quelli a cui la voce, era tolta in un col respiro; e che per riaverla spalancavano le fauci, e contorcevano la bocca, senz'altro sprigionar che un rantolo simile a quello d'uno che affoga. Era un'oppressura, un affanno, un morir d'ogni istante. Alcuni pochi avevano potuto levarsi in piedi di colpo; altri, raccogliendo tutte le forze, erano riesciti a balzare a mezza vita dal loro strame. I più o giacevano inerti, o lottavano cogli spasimi di una convulsione e parevano indemoniati... — Ah messere, non era e non poteva essere altro che il demonio la funesta cagione di quel malanno! Dite che io sono un pazzo, ma interrogate tutti quanti i miei compagni; questi che son qui, quelli altri che incontrerete dappoi: tutti ad una voce vi ripeteranno quel che ora io vi narro.

“La finestra posta in fondo all'androne si era spalancata, come scossa da un soffio di vento gagliardo. I cardini delle imposte mandarono uno stridío acuto; e le muraglie e la volta tremavano. Sulla soglia della finestra comparve un grosso animale col pelo irto e bruno, gli occhi di fuoco, la golaccia svivagnata, guernita di zanne candide ed orribili. — Tutto quanto il camerone era immerso nelle tenebre le più fitte; intorno a quel fantasma splendeva una luce fosca, che si moveva con lui, e pareva uscire da' suoi peli. Io non so dirvi a quale specie appartenesse quella laida creatura; era qual cosa come un mastino od un lupo. — Il certo si è che il primo grido si levò quand'esso, balzando dalla soglia, si gittò d'un salto sul petto di colui che gli era sdrajato più vicino. Lo strido fu acuto ed evidentemente involontario. Il mostro non si arrestò: corse dall'uno all'altro giaciglio pestando e soffocando allo stesso modo, l'un dopo l'altro, quanti v'erano distesi. Ma il più strano si è, che la sorpresa e il soffocamento, i gemiti e le strida si manifestarono in un sol punto per tutto il camerotto. L'orribile spauracchio era dapertutto; scorreva da cima in fondo, per assidersi sul petto d'ogni uomo. Uno d'aspetto, ei si moltiplicava quante erano le vittime, per tormentarle tutte ad un modo e in un'istante.

“I miei compagni erano scompigliati: i capi avevano perduto la scrima. Tutti volevano e tentavano sottrarsi fuggendo. — Oh l'orribile tormento il volere e non poter fuggire! le membra aggranchite non obedivano alla volontà; l'ansia della fuga andava crescendo quanto erano scemate le forze necessarie per togliersi dal posto. Finalmente, il riescirvi di alcuni pochi più pronti e meno oppressi, fu d'esempio ai più. Quelli si precipitarono alla porta; questi si rialzarono; i peggio conciati cominciarono a dimenarsi con minor spasimo. Alla porta era uno stivamento indescrivibile: nessuno pensava alla roba, tutti a mettere in salvo la vita. Si obliarono armi, mantelli, bisacce: — Fuori, fuori, gridavano taluni a cui era concesso pronunciar parola — largo, largo, un po' d'aria, ahimè, io affogo, io crepo, — sclamavano gli altri, cercando farsi strada tra la pressa colle pugna e coi gomiti.

“Una parte dei nostri era già fuori, e sentiva ristorarsi all'aria fresca. Io e quei poveretti che erano meco, collocati nella parte più lontana dall'uscita, eravamo gli ultimi a trovar salvezza. L'orrendo spettro vagolava ancora dinanzi ai nostri occhi; ma le sue forme s'andavano leggermente scomponendo, come certi nuvoloni neri travagliati dal vento. — Intanto bisognava vedere come la davano a gambe i fuggitivi. Invano tentò rattenerli la guardia della porta; si sarebbero gittati sulla punta dell'aste piuttosto che dar indietro. E alle spalle di costoro, gli altri, che non avevano albergato con noi, ed ignoravano d'onde nascesse lo sgomento, cedevano alla spinta nascosta, e senza interrogare nè i compagni nè sè stessi, fuggivano, senza sapere dove o perchè.

“Ecco come fu abbandonato il campo. Rimproverate, se vi basta l'animo, a quei pochi, rimasi soli e senza mezzi di difesa, sfiniti dallo spavento e dal male, il non aver ripreso l'armi, e conservata la posizione. I terrieri, che forse conoscevano quel brutto gioco del demonio, che assai probabilmente fidavano in lui, non appena videro le nostre file scompaginate, cominciarono a imporla tropp'alto e a far da padroni. — D'armi non avevano difetto: v'erano le nostre. Noi eravamo sì pochi, e quei pochi erano stremi di forze a segno, che donne e bimbi avrebbero potuto compire la nostra disfatta. — Eccovi, messer Capitano, la brutta storia dei casi nostri. Abbiamo perduto un bel bottino e offuscata la nostra riputazione; ma la colpa, credete, non è nostra. Ove ci mette mano il demonio, sfido tutte le armi della Signoria a tener sodo[26]„.

Medicina, pel solito incredulo di tutto, piegò la fronte davanti all'ineluttabile potenza dell'inferno, ed assolse i suoi soldati da ogni imputazione, preparandosi a dividere con essi la mala fortuna del carcere. Ma di dentro arrovellava al pensiero di tornarsene a casa a mani vuote, dopo d'aver avute in pugno un tesero, “Tornare? — ei chiedeva a sè medesimo — quando e come tornerò? come finirà questo negozio? che penseranno fare i soldati del Conte di Virtù? che dirà il signor di Milano?„ Così da un dubio passava all'altro, da questo a quel cruccio, e si sentiva rimescolare la bile, e se la pigliava con tutto il mondo, non osando e non potendo pigliarsela coll'invincibile autore di quella ciurmeria. — Il solo tesoro che portò seco da Campomorto, quando il giorno dopo venne posto in libertà, fu un cumulo d'ire, che nutrì e coltivò perchè portasse frutto a suo tempo.

CAPITOLO UNDECIMO

LXXVIII.

Fra il punto in cui ci troviamo, e quello in cui risaluteremo Agnese nella casipola di Pavia, v'ha di mezzo un intervallo non insignificante di giorni felici. Questo spazio rassomiglia ad una strada comoda e piana, alberata sui fianchi, rallegrata da frescure e da delizie, ma così dritta e simmetrica che, quando si è ad un capo, è impossibile il non vederla fino in fondo. È cosa strana invero che la felicità riprodotta col linguaggio dell'arte perda la vivezza de' suoi colori, e riesca sempre sbiadita e monotona nella sua realtà. Gli è perciò, che il pittore non chiede inspirazioni al cielo in pien meriggio, o all'albero carico di fiori e dì frutta, o al volto eternamente composto al sorriso: ma ritrae più volontieri un mesto tramonto, un'aria nubilosa, od una lacrima, che fa velo a due grand'occhi neri. — Il dolore è, o pare, cosa più eletta che la gioja.

Il tratto di storia, che ci sta davanti, è appunto una di quelle epoche di completo ben essere, che meglio vuolsi raccomandare alla fantasia dei lettori, che non tentare di riprodurre colle parole. — L'uomo nulla meglio sa imaginare che la felicità, quantunque non siavi cosa di cui egli faccia più scarsa prova.