Quel giorno, e quei giorni, passarono pei nostri amanti in un'intimità pura ed ingenua; quale si conviene a due creature che, dopo aver con eroica fermezza serbato un secreto di vita o di morte, vengono ad un tratto prosciolte dal voto, e fatte libere di svelarsi gli arcani affetti. — Entrambi ritornavano addietro colla memoria per rifare passo passo la strada che li aveva guidati al compimento dei loro desiderj. Non vi fu nulla che tacessero; perchè non eravi cosa di cui dovevano arrossire. Correva la loro esistenza come un fiume ingrossato dalla piena; ma le onde di esso, benchè copiose e frementi, non erano meno limpide che la fonte da cui scaturivano. Ciascuno ebbe una lunga storia a raccontare; ciascuno ne ebbe una ad udire. Era essa per entrambi una successione di speranze e di disinganni, di buoni e di tristi presentimenti: era una lotta continua tra la mente ed il cuore, in cui la prima esciva sempre vincitrice, portando lacrime e schianto nel suo stesso trionfo.
Agnese, l'ingenua e pura fanciulla, non fu meno schietta; perocchè dal canto suo credeva di avere smesso le armi, solo quando erano divenute inutili. — Narrò ella, come nascesse il suo amore da una severa pietà, diritto e dovere d'ogni anima gentile. Già in lei ardeva la fiamma di una passione indomabile, che ancora sognava d'essere libera e padrona di sè. Narrò quale fu la sua emozione all'accorgersi di avere ricevuto il battesimo della maturità, accogliendo nel suo cuore il più nobile e gagliardo affetto. Ma quell'emozione era dessa gioja o dolore? Lo chiese mille volte a sè stessa, e il cuore non le seppe rispondere. L'ebrezza dell'amore era combattuta dal dubio di non essere amata; e quando pure lo fosse, altri dubj nascevano in lei dal pensiero, che un uomo potente cede, per solito, alle consentite affezioni il superfluo della sua esistenza affaticata da continui trionfi. Nulla tacque la schietta donzella: nè i contrassegni di una preferenza privilegiata, cui ella dava il nome d'ossequio, ed era amore; nè le sollecite cure a lui prodigate, che ella chiamava pietà, ed era di bel nuovo amore. — Svelò come le ardite sue manifestazioni fossero spesso scontate col rimprovero e col fuggevole pentimento; e come le timide reticenze erano alla loro volta aspreggiate dall'accusa di pusillanimità. Ahi quante volte, avvicinandosi a lui colla speranza di trovare conforto, indietreggiò desolata, leggendo nei suoi sguardi una peritanza fatale ad un cuore già divenuto geloso! Non di rado, sentendosi forte ed apparecchiata, erasi decisa d'affrontare il pericolo di combatterlo, di superarlo; ma poi, non appena ella metteva in gioco le sue armi, cedeva, più affranta e più schiava di prima, all'insuperabile fatalità. Una stessa parola, un atto istesso di che jeri esultava, era oggi la sua tortura: desiderava di parlare e di svelare il cuor suo, e temeva ad un tempo d'essere udita e compresa. — Chi non provò amore, non conosce queste dure battaglie. Un affetto, nato e cresciuto sotto il durevole influsso di circostanze propizie, avrà le sue gioje; ma, com'esso giunge troppo presto all'apogeo della sua esistenza, riescirà insipido e passaggero, al pari d'ogni frutto precoce.
In quelle ingenue confidenze tutta l'anima d'Agnese sgorgava schietta e faconda dalle sue labra, senza quelle lusinghe sfrenate che cangiano l'amore in delirio. La sua virtù, come il velo trasparente in cui s'avvolge la mistica bellezza degli eletti, teneva in rispetto gli sguardi. Sarebbe stato più pericoloso per lei il mostrarsi meno sicura di sè, e più agguerrita; giacchè le armi diventano una provocazione quando sono scarse ed inopportune. — Per le anime generose, l'inscienza del male è un'egida invulnerabile contro la quale si spezzano le più ardite volontà, i più baldi propositi. — E infatti Agnesina, resasi a discrezione del suo signore, ebbe in lui l'amante che brama e, ad un tempo, il fratello che difende.
Per un pezzo, quel soggiorno fu pei nostri innamorati un paradiso di continue delizie, una palestra di nobili virtù, un tempio di amor casto ed illibato. — Vegliate, o angeli, sull'innocente: fatele schermo ai pericoli colle candide vostre ali, affinchè quel fiore non sbucci anzi tempo sotto i torridi raggi della passione. L'eroismo di un momento non è caparra di queta e perseverante virtù. — Vegliate, vegliate.
Fra tanta gioia però non erano infrequenti i sospiri; e non ultima cagione di essi era per Agnese la lontananza dalla sua buona governante. Più e più volte ella ne aveva chiesto conto; instava con amorosa sollecitudine perchè venisse prontamente richiamata; la attendeva ogni dì, ogni ora; sentiva d'avere troppe e grandi cose a dirle; e, in mezzo a tanta festa, aspettava pur da lei qualche conforto. Ad ogni improviso rumore si levava, come per moverle incontro; e al riconoscere l'inganno ritornava al suo posto, non osiam dire mesta, ma per un momento alquanto men lieta.
Il conte aveva la più deliberata intenzione d'aderire alle preghiere d'Agnese; ma l'incarico voleva essere affidato a persona di fiducia ch'ei non potè trovare sì presto. L'invio di costui e l'arrivo di Canziana dovevano essere un mistero, come lo era la presenza di Agnese. Ond'è, che la donzella per molti giorni non potè essere sodisfatta; e che, pur sussistendo la felicità dei primi istanti, i sospiri divennero più frequenti, ed il suo occhio si coperse di qualche lacrima passaggera.
La donna è spesso fatta scherno del mondo perchè pronta al pianto ed al riso. — Ma è legge forse che il riso ed il pianto sieno invariabilmente l'espressione della gioia e del dolore? V'hanno, è vero, lacrime di tristezza, molli ed infeconde come la pioggia d'inverno; lacrime d'ira, improvise e fatali come la gragnuola. Queste e quelle però sono d'ordinario generate da una costituzione morbosa; e quando sembrano sgorgare dall'anima, gli è che questa subisce l'influenza della materia inferma. Ma v'hanno altresì le lacrime del pentimento, ben più belle e soavi che le prime. — Oh benedetta la donna che, avendo errato, sa piangere! — Quel lavacro depura il suo animo, come il corso di un ruscello deterge le pietruzze dell'alveo, dianzi nascoste nel limo. — Che diremo infine delle lacrime d'amore? Un cuore vuoto d'affetto forse le chiamerà insipide. Ma chiedete a chi amò s'egli ebbe mai in altro modo dalla sua donna una più eloquente protesta d'affetto? Quel pianto non è nè gioia nè duolo; è amore tradotto nel più fedele ed efficace suo linguaggio. — Esso rivela che nel cuore di lei si agita un ultimo dubio; che la volontà, non ancor doma del tutto, fa un ultimo sforzo. Ma, non temete, l'estrema lotta non farà che dare maggior rilievo al vostro trionfo. — Il labro è impotente a tradurre il soverchio affetto; il pianto è il complemento della parola. — Non rammentate alla donna le sue promesse; rammentate le lacrime ch'ella versò, cedendo la fronte al vostro primo bacio. A quella memoria si ritempreranno gli affetti omai stanchi ed assueti; voi sentirete il cuore di lei, muto poco prima, rispondere al vostro con un battere fervido e giovanile.
LXXIX.
Ad un angolo del castello, la bruna muraglia sopportava un'alta torre coronata di merli e guernita di bertesche e vedette, com'era la moda di quel secolo, in cui anche una cosa di puro spasso doveva portare l'impronta della prepotenza che era nell'indole degli uomini.
Sul terrazzo eminente da cui si godeva una magnifica vista, e dove non arrivava sguardo indiscreto, solevano i due amanti recarsi ogni dì, e passare qualche ora, ricreandosi alla vista del cielo, dei monti lontani e dell'infinita pianura racchiusa tra quelli. Le parole loro erano il soverchio di quella interna commozione che il cuore non può capire. E benchè il senso di esse fosse già noto ad entrambi da lunga mano, pure il ripeterle e il riudirle era sempre una dolcezza nuova. Intanto il superfluo di quei gentili pleonasmi era portato via dall'aria, e si levava al cielo in un coi profumi del suolo e colle preci degli uomini. — In quel mare di felicità, il Visconti ricordava talvolta l'esser suo, ed additava alla sua amica le terre, i colli e le città che obedivano a lui; ma non insuperbiva della sua grandezza, bensì gustava la gioia di un padre che guarda i numerosi suoi figli. — Una volta, parodiando leggiadramente la crudele sentenza dell'imperatore romano, sclamò: “Oh perchè l'umanità non ha un sol capo, chè io vorrei baciarla in fronte, e coronarla di fiori come le antiche baccanti, perchè tutta fosse felice, come io lo sono.„ — E Agnese, la tenera, l'appassionata fanciulla, s'imparadisava a quegli accessi di carità come fossero opera sua; e rinvigoriva, se pur era possibile, il proposito d'amar sempre e sempre più quell'uomo, che doveva render felice e grande la sua patria.