Un dì, al tramonto, stavano entrambi sul terrazzo contemplando e ragionando come di consueto. Mano mano che la luce del giorno scemava, le parole si facevano più rade e più solenni; e gli sguardi, quasi avessero bevuto fino alla sazietà l'ebrezza dei mutui incontri, correvano dagli oggetti circostanti al lontano orizzonte, cercando il primo apparire d'una stella per darle un addio. La luna, pallida come una nuvoletta perduta negli immensi spazii, a poco a poco ripigliava il suo mite splendore, sì funesto ai tristi, sì caro ai buoni. — L'aspetto del mondo era mesto: ma la mestizia, che pioveva da quel cielo sì sgombro e da una natura sì calma, era dolce come il suono di un nome amato ripetuto dall'eco. — Seduti sullo stesso muricciuolo, col dorso appoggiato ad una comune spalliera, i due amanti tenevano le destre congiunte in una stretta piena di affetto e larga di promesse. Così, mentre il labro era muto, l'anima, con un linguaggio ancora più eloquente, parlava d'amore.
Ad un tratto, il conte fissò Agnese negli occhi, e s'accorse che la fanciulla tentava di nascondergli una lacrima.
“Perchè piangi?„ — disse il conte, stringendo con maggior tenerezza la mano della sua amante.
“Piango io forse? — rispose Agnese fingendo meraviglia, e sforzandosi di eludere l'inchiesta con un sorriso. — Ah no....; ma se ciò fosse, vicino a voi, io non piangerei che di gioia.„
“La menzogna è pietosa; ma è menzogna. Una lacrima posava poco fa sulle tue ciglia, come una goccia di rugiada sugli stami di un fiore. Una mia parola, un mio sguardo la scossero; io la vidi scorrere sulle tue vesti, io la sentii scendere sulle mie mani. — Le lacrime di gioia non abbruciano come la tua.„
“Perdonate, e non mi chiedete di più. Neghereste voi che il cielo è sereno, perchè un vapore diafano intorbidò in quest'istante il lume di una stella?„
“Se il cielo fosse mio, come tu la sei, vorrei chiedergli perchè quella nube osa intercettarmi il debole raggio che pur mi è dovuto. — Io sono avaro della mia felicità. Non cederei a un morente il più tiepido de' tuoi sguardi, fosse egli bastante a ridonargli la vita. — Rispondimi dunque, o Agnese, perchè quella lacrima?„
“Perdonate alla miseria del nostro sesso. — Quando noi vagheggiamo da lontano la felicità, abbiamo fede nel destino, e ci abbandoniamo ad esso con spensierata sicurezza. Ma quando la mente riposa nella piena sodisfazione de' suoi desiderii, oh allora incominciano nuovi dolori! Noi diventiamo gelose del bene che possediamo, noi preleviamo sul futuro una trista anticipazione di mali possibili. — Giovanni, quella lacrima che voi scopriste non è un'accusa, è una confessione. — Io sono felice, troppo felice, e piango talora perchè temo e sento di non essere degna di tanto. Alcuna volta la vostra nobile grandezza mi fa terrore. Quando il mio occhio si perde sulla ricca pianura che ne circonda, e dico tra me: questo suolo obedisce a colui che mi ama, la mia mente si perde, e la timida ancella vorrebbe tornare nella polvere, per non scontare col rossore la sua temerità.„
“Ingrata, interruppe amorosamente il conte, tu dunque dubiti dell'amor mio?„
“V'ha qualcosa al disopra di noi. Il destino è legge per tutti. Il mio signore può inalzarmi fino al trono e coprirmi colla stessa sua porpora, ma niuno potrà mai colmare l'abisso che divide la vassalla dal principe. — Lasciate ch'io vi dica tutto: il mio pianto, dopo essere stato la confessione d'un dubio, divenne una preghiera. Oh non deridere, o amico, la stranezza de' miei voti! Quella preghiera, fervida e pietosa quanto la parola di una madre che implora dal cielo la salute del suo bambolo, era vuota ed insensata.„