Quando il conte fu discosto dal cinghiale non più che la lunghezza dell'asta, si arrestò. Prima che il cinghiale levasse il capo, egli stese il braccio, drizzò l'asta, la fece scorrere sopra il dorso della fiera senza punto toccarla, poi, inclinatala con prontezza, la percosse ai lombi collo spuntone; ma il fece sì leggermente che potè ritirar l'arma all'istante.
Scoppiò a quell'atto la mal repressa rabbia della belva. — Al sordo grugnito fece succedere uno strido furibondo, che echeggiò nella foresta. Spalancò le fauci, corrugando il labro superiore e componendolo ad una smorfia, che pareva il sogghigno di un demonio; poscia, poggiandosi fortemente sulle zampe anteriori, e curvando il dorso colla scorrevole pieghevolezza di un verme, si voltò verso quella parte da cui credeva venirle l'offesa.
Approfittò il conte di quel movimento per far due passi in avanti, stendere una mano e sollevar da terra il bambino. — Impadronitosi della preda, retrocesse fino ad incontrare la madre; la quale tosto raccolse nelle braccia la cara creatura: con qual gioja, con quante benedizioni lo pensi il lettore.
Il cinghiale, non appena s'accorse dell'inganno, meditò la vendetta. Quatto quatto, a passi misurati, strisciando il ventre a terra, si fece incontro al suo nemico; e quando gli fu vicino, sostò di bel nuovo, accosciandosi un istante in atto di misurare un salto. Il furore aveva dato a quel pigro colosso una precaria agilità: un momento ancora, ed esso avrebbe investito con tutte le forze delle sue membra, e coperto con quanta era la sua mole, il corpo dell'avversario.
Ma il conte che lo dominava per l'altezza della statura, per l'agilità delle membra e per l'imperturbato impero dello sguardo, non pose tempo di mezzo, e, côlto il destro in cui la belva alzando il muso gli presentava indifeso il petto, vibrò di bel nuovo l'asta, e tentò colpirlo nella regione del cuore. — I muscoli di ferro di una tigre sarebbero stati squarciati da quella lama egregiamente temprata, scossa da un braccio robusto ed intelligente; ma la cotenna di quella belva estinse il colpo, opponendovi la resistenza tutta propria, ad una sostanza molliccia e sfibrata. — Il ferro rimase quasi innocuo nelle cellule della pinguedine, ed il cinghiale, irritato ancor più dal dolore della ferita, si preparò a slanciarsi, con maggior impeto e con ira indicibile, contro il suo feritore.
Importava al conte d'aver libera l'arma, e non poteva ritrarla; gli uncini, ond'era sparsa la costa della lama, si piantavano ne' margini adiposi ed escrescenti della ferita.
La forma e la tempra velenosa di quell'arma rendevano certa la morte di chiunque ne fosse tocco a sangue; ma l'effetto de' suoi colpi non era immediato. — Il conte non ripetè più che una volta il tentativo di ritirare la zagaglia. Vedendo che a quelle scosse il cinghiale si contorceva orribilmente, e mandava strida spaventevoli, senza punto scemare le minacce, pensò che fosse più saggia cosa l'abbandonare il troncone e metter mano al pugnale. — Egli previde, ciò che infatti avvenne.
Consisteva quel pugnale in una lunga lama fina e forbita, di sezione triangolare, tagliente sul filo ed acutissima. Una guardia di acciajo lavorata a trafori proteggeva l'impugnatura, coperta d'una guaina di cuojo granito, che ne rendeva più fermo e facile il maneggio. — Esciva essa dalla più famosa officina degli spadari, e portava l'impronta della maestranza sul principio della lama. Più avanti, in mezzo a' bizzarri ghirigori tracciati a niello, erano scolpite in caratteri greci le parole: in te vincam. Quell'arma aveva la sua storia. — Era stata l'indivisibile compagna di Galeazzo, padre del Conte di Virtù, allorchè militò in terra santa; e la portava al fianco quando nel 1343 fu insignito del cingolo militare in Gerusalemme. — Ad essa, in più occasioni, egli fu debitore della vita. — È fama, che tiepida del sangue di un infedele, fosse dal novello cavaliere deposta sui gradini del santo sepolcro, e che da quell'atto di pietà ritraesse il privilegio di rendere incolume chi la portava. Reduce dalla Palestina, Galeazzo l'affidava ad un artefice di Damasco, perchè v'incidesse quelle parole di buon augurio.
Il conte indietreggiò alcuni passi per calcolare la portata degli strani e convulsi movimenti della fiera. — Questa ora s'ergeva sulle zampe posteriori, ora s'appiattava, ora balzava di un tratto da un posto all'altro, soffiando, grugnendo e mordendo il troncone dell'asta. Anzi in quella foga, cui la spingeva un improvido istinto di liberarsi da quella puntura, non faceva che inacerbirne gli strazii; e con essi crescevano, se pur era possibile, i furori. — L'asta, abbandonata dalla mano del cavaliere, strisciava a terra dalla parte dell'impugnatura. Ad ogni movimento retrogrado della fiera, essa scorreva indietro radendo il suolo, e ad ogni sua spinta in avanti, trovando nel terreno una resistenza invincibile, si configgeva nelle carni, approfondiva e lacerava la ferita. Imaginate quale strazio; quanto furore!
L'estremità del male sospinse la belva ad un estremo tentativo. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, le membra convulse e palpitanti, le zanne atteggiate a mordere, ed insozzate da una bava cruenta. — Non potendo correre di fronte, per non rinovare le trafitture, spiccò con una agilità felina un salto, e vi impresse tal impeto, che dominò d'un tratto la posizione del suo avversario. — Il peso della sua mole e il movimento impresso dal furore compivano involontariamente l'atto aggressivo.