Giunti sul luogo del combattimento, videro quello che già sappiamo. È inutile descrivere le impressioni cagionate da quello spettacolo sull'animo di ciascuno. — Il timore non era svanito del tutto; in molti rimaneva il sospetto che la morte del cinghiale fosse apparente. Anche sulla sorte del conte s'arrestava il pensiero de' cortigiani, e si mesceva a un doloroso dubio. La sua disgrazia reclamava il rimpianto di tutti quelli, che credevano impossibile trovar un ozio più beato e più pingue. — Tutti facevano corona al corpo esamine; e ciascuno, affettando un'aria mesta e compunta, voleva farsi credere il più fido ed affezionato de' suoi servitori.
Due canattieri si fecero avanti per liberare il conte dall'enorme peso che lo schiacciava. Vi si avvicinarono cautamente, coi coltelli impugnati, pronti a ferire se la belva avesse dato segno di vita.
Ma non vi fu bisogno d'altro che di braccia vigorose per levare da terra il cinghiale, e sciogliere le strette, con cui s'era avvinghiato alla sua vittima negli ultimi momenti della lotta — Le branche della fiera ancora tiepide, conservavano l'inflessibilità che loro era stata impressa dal furore convulso, che precedette la sua morte.
Sciolto il nodo e gittata in disparte la fiera, i cortigiani, dando ancora più rilievo al loro aspetto pietoso e commosso, si avvicinarono al conte per prestargli soccorso, se pur non era troppo tardi.
Lacero, insanguinato, colla testa cadente all'indietro, giaceva egli in una fanghiglia rosseggiante. Il volto avea livido, l'occhio socchiuso, le guance infossate da una magrezza improvisata dagli spasimi. — Da un ampio straccio praticato nelle vesti, vedevasi a nudo la ferita, contornata da grumi, in mezzo ai quali gemevano stille di sangue ancor rosso e tiepido.
Era quello l'unico sintomo di vita. — Uno de' suoi, inginocchiatoglisi a' fianchi, gli pose una mano sul petto e gli cercò il cuore. I compagni, collo sguardo fisso nel volto dell'esploratore, aspettavano una decisione suprema, e dalla faccia di lui sparuta, mesta, solcata da rughe, che esprimevano nel modo il più solenne la gravezza di quell'istante, s'atteggiavano ad un aspetto di dolore, che forse era troppo uniforme per sembrare del tutto veritiero.
Ad un tratto, il viso di colui si rasserenò, le labra dianzi spenzolate si rialzarono, le profonde rughe della fronte sparirono; il suo aspetto sembrò porre una riserva alla sentenza pronunciata poco prima con una taciturnità troppo eloquente. — Levò lo sguardo, e con ippocratica gravità disse agli astanti. “Il cuore batte: sì leggiermente però, che sembra vicino ad arrestarsi del tutto; presto, togliamolo da questo luogo, ed affrettiamogli i soccorsi dell'arte.„
XXI.
Mezz'ora dopo, un convoglio di cavalieri preceduto da una bara, formata da rami d'albero spiccati di fresco, entrava nella corte del Castello di Campomorto. Era steso su di essa il Conte di Virtù. Dal suo volto era sparito quel lividore cagionato dal peso, sotto cui dianzi soffocava. Una pallidezza trasparente annunciava il ritorno alla vita ed il ravviato corso del sangue.
Un cavaliere gli reggeva la testa; un altro, premendogli leggermente i polsi, li consultava ad ogni tratto, assicurando i compagni, essere ormai rimosso ogni sospetto di morte. — Quanto alla ferita non era lecito pronunciare; certo ella doveva essere gravissima. Le pedate della comitiva erano distinte da continue stille di sangue, che dopo avere inzuppati i lini, in cui era avvolta la ferita, piovevano dalle foglie, onde, era tessuta la bara.