La notizia della dolorosa avventura precedette al castello l'arrivo dell'ospite. — Agnesina, compresa da pietà e da ammirazione verso chi aveva esposta la sua vita con tanto coraggio e con sì prodigioso successo, si chiamò fortunata di potere essere utile ad uomo che soffre. Il cuore della fanciulla era troppo franco e sicuro di sè, perchè, anche in faccia ad un impegno sì nuovo ed improviso, potesse nutrire il più lieve imbarazzo, la più piccola timidezza. — Ella medesima, ajutata da Canziana, allestì con ogni sollecitudine un letto nel migliore appartamento; poi andò incontro al Principe, che, ancora fuori de' sensi, veniva trasportato sulle braccia de' suoi, nell'interno del Castello.

Intanto che lo si poneva a giacere, uomini a cavallo correvano a spron battuto sulla strada di Pavia e di Binasco in cerca di medici e di persone dell'arte — Fra la gente del séguito era un arrabbattarsi continuo, una foga di correre e di chiedere, una gara di servigi, quanto solleciti altretanto inopportuni. — Gli uomini del contado strabiliavano ad udire il fatto; e si dolevano di non essere accorsi in aiuto dell'eroe. — Le comari proponevano rimedj d'ogni specie, erbe, bibite, balsami d'effetto sicuro, il tocca e sana d'ogni male: e ciascuna di esse aveva una serie di prodigi da raccontare a rinforzo della proposta: peccato che in quel parapiglia non si trovasse un orecchio che avesse pazienza d'ascoltarle.

Agnesina e la sua governante (ma più quella che questa) conservavano in mezzo al trambusto un contegno alieno da ogni smargiasseria — Volevano essere operose, e perciò cominciavano dal mostrarsi calme. La nobile presenza della donzella impose silenzio ai garriti delle donne, alle vanterie dei contadini, alle verbose sollecitudini de' cortigiani. Vedendo che costoro s'inchinavano dinanzi alla sua dignitosa bellezza, credette poter giovarsi di quest'atto di riverenza per chiedere loro d'essere introdotta nella camera dell'infermo, proponendosi di vegliarlo fino all'arrivo dei medici.

Agnesina (lo abbiamo detto nel parlare della sua infanzia) era, pe' suoi tempi e fra le donzelle sue pari, un prodigio di sapere e di cultura. — A quei dì l'arte salutare, studiata e praticata in grande nelle scuole e nelle corsìe degli spedali allora nascenti, era ne' luoghi lontani dalla città interamente abbandonata agli empirici, che, con nessun'altra dottrina fuor quella di una pratica grossolana, riescivano non infrequentemente a strappare qualche vittima ad inevitabile morte.

La necessità pertanto di giovare a sè ed a' suoi, quando e dove non era facile l'aver soccorso dagli altri, impegnava ognuno a farsi pratico nella cura de' mali ordinarii e di più facile guarigione. — L'ignoranza ed i pregiudizii del popolo furono sempre favorevoli a questo contrabando della scienza; ed anche in oggi il vulgo, pronto a deridere i serii dettami della dottrina, perchè non v'intende nulla, accoglie di buon grado le più assurde e le non meno misteriose prescrizioni di un cerretano o d'una femminetta; forse perchè l'ignoranza è dote comune fra loro. — E siccome l'empirismo, nella maggior parte de' casi, si giova di sostanze semplici ed innocue, così ogni suo prodigioso successo non è altro che un tributo di lodi alla natura, che, abbandonata alle proprie forze è, soventi volte, medica esperta di sè stessa.

Anche Agnesina aveva studiato i semplici, e dalla applicazione di essi otteneva spesso i più felici risultamenti. Vivendo gran parte dell'anno in mezzo ai poveri campagnoli, conosceva quale suol essere la causa principale de' loro malanni; e alcuna volta seppe rimoverla e prevenirne le conseguenze; più spesso giunse ad arrestarne il corso. La carità era il suo sovrano rimedio, la panacea infallibile che rilevando il povero dal suo languore, distruggeva il germe di malattie insanabili e di morti premature.

Quando poi o per la propria insufficienza o per quel mistero in che si cela la più squallida miseria, non giungeva in tempo ad impedire il male, ella sapeva mitigarne la gravezza, somministrando con sano criterio que' rimedj, che richiamano le forze ristoratrici della natura.

Se la sua scienza era limitata e il novero de' suoi farmaci ristretto, lo zelo e la pietà, con cui li amministrava, non avean confine, e ne centuplicavano il valore. Ne' casi di qualche importanza ella stessa preparava e porgeva le pozioni; nè s'allontanava dall'infermo finchè non avesse veduto gli effetti del rimedio: esperta fino d'allora della necessità di attraversare la falsa compassione della gente vulgare, che crede rendere la salute ad un malato, accontentandone ogni strana voglia, o rimpinzandolo a suo dispetto.

Nel medicare e fasciare le ferite, arte più pratica che induttiva, poteva chiamarsi abilissima; perocchè le continue guerre de' Milanesi contro gli Imperiali, e i Firentini, quando Bologna era il pomo della discordia fra Barnabò Visconti e Giovanni da Oleggio, riempiendo la città nostra di feriti, che per solito s'abbandonavano alla cura ed alla pietà de' cittadini, le avevano offerta l'occasione di fare una vasta esperienza.

Agnesina, recatasi al letto del principe, si sentì commossa fino al pianto nel mirare quel volto sì nobile e leggiadro, su cui la vita fuggente aveva impresso le tracce di una lotta eroica, chiusa dagli spasimi di una terribile agonia. — Predominata da una pietà imperiosa, non pensò chi ella era, nè chi fosse l'uomo, che le stava davanti; vinto il naturale riserbo d'una fanciulla, e risoluta di mettere in opera quanto era in lei per alleviare i dolori dell'infermo, respinse quella sensibilità morbosa ed inerte che guida alle lacrime, e rifugge dalla vista del sangue.