Gli si avvicinò quindi senza esitanza; con una mano lieve ed esperta staccò ad uno ad uno i panni, che aderivano cruenti alla ferita; ed ajutata da Canziana, che le reggeva una sottocoppa piena d'acqua tiepida, lavò diligentemente la piaga, facendovi scorrere sopra un lino umido e finissimo. Allora solo potè rilevare quanto fosse vasta e profonda la piaga; quanto acuti dovevano essere stati i dolori; come sarebbe lunga e penosa la cura: ma in cuor suo si rallegrò pensando che la guarigione era certa.

Ripetuta più volte la lavatura, che poneva a contatto della viva carne un umido lenitivo e refrigerante, il volto del malato sembrò rianimarsi alcun poco. — Ma Agnesina (le faremo noi torto di questa debolezza?) che augurava in cuor suo ogni bene a colui, temeva di vederlo troppo presto ritornare all'uso de' sensi. — Dinanzi ad un corpo inanimato ella si sentiva più sicura di sè; ove gli occhi del cavaliere si fissassero ne' suoi, dubitava della propria fermezza. — Se poi avesse udita la sua voce, chi sa? avrebbe forse arrossito: ma di che?... del bene forse che ella operava?

Nessuno oserà condannare la fanciulla se chiedeva di non essere disturbata nella sua operazione. Anche il chirurgo de' nostri giorni addormenta coll'ètere l'infermo, per non sentire una pietà che potrebbe essere fatale agli interessi dell'arte e del cliente.

Compiuta la prima parte della medicatura e ripulite diligentemente le incisioni profonde, che attestavano la formidabile potenza delle zanne d'un cinghiale, Agnesina si fece dare dalla governante il bisognevole per la fasciatura. Sopra uno strato di faldella morbidissima stese un unguento composto con sugo di dittamo, riputatissimo a sanare le piaghe ed a calmarne i dolori; e, rinversatolo sulla ferita, lo fece aderire, appoggiandovi lievemente la mano.

L'infermo allora si scosse di bel nuovo; e con un brusco corrugare delle ciglia accusò un dolore più intenso. Ma quel sintomo fu passaggero. La fronte gli si spianò ben tosto, e il volto riprese la sua consueta immobilità. — Una circostanza però dava già credito al rimedio. Dopo quella doglia momentanea, l'immobilità dell'infermo non rassomigliava, come prima, all'inerzia, di un cadavere, ma alla calma di chi dorme.

Con una perizia, che farebbe invidia ad un maestro dell'arte, e che è spontanea alla donna, istintivamente abile a tutto ciò che giova alla umanità sofferente, la fanciulla fasciò in una lunga benda l'omero dell'infermo, e vi assicurò la medicatura. — Rimessa poscia ogni cosa in ordine, si ritrasse dietro i drappelloni che piovevano dal sopracielo del letto; aspettando con impazienza il risultato delle sue cure. — Canziana era con lei; operosa, compassionevole, esperta essa pure, la buona donna; ma dobbiam dirlo? la pietà della fanciulla era altra e ben più nobile cosa.

XXII.

Il sole era già scomparso dall'orizzonte.

L'Esculapio, fatto chiamare da Pavia, lottava fra due opposti principii: la fretta dell'invito e la sua flemma abituale. Ma dopo maturo esame cedeva all'aforismo festina lenter, tanto a lui prediletto e merendava in tutta pace, intanto che un famiglio poneva il basto al suo ronzino, da lui per vezzo chiamato Bucefalo. Levatosi dalla mensa, colla stessa pace visitava uno per uno i suoi ferri, e li chiudeva in un astuccio. Calzava poscia un paro d'enormi stivali, e ben bene imbaccuccato scendeva in corte; dove, abbracciata la moglie e non so quanti figli, raccomandò la casa ai famigliari, fece il segno della croce, inforcò Bucefalo e partì a un piccolo ambio, nella beata illusione di correre veloce come il pensiero.

I cortigiani raccolti in una gran sala, ristauravano le forze con una sontuosa cena, libando alla salute del conte, a cui predicevano la guarigione per l'indimani, onde torsi dall'impaccio di durare nel cerimoniale del dolore. — Il malato, a parer loro, non aveva altro bisogno che di riposo, ed essi, dimenticatolo tra le allegrie della mensa, servivano a' suoi interessi con tutto lo zelo del mestier loro. Cacciatori, canattieri, valletti trincavano intanto nel tinello, gridando a testa, e buffoneggiando. Anche Canziana era ita a dare gli ordini opportuni: a provedere cioè il bisognevole per ospitare tanta gente.