Preceduto da' cavalieri e da' servi, l'archiatro entrava poco dopo nella camera del malato. E, per vero, egli aveva un fare sì tronfio ed insipido, da rendere scusabile la sfavorevole prevenzione della governante.

Buon per l'infermo, che la prima medicatura aveva già ottenuto il migliore risultato. Il medico si limitò dunque a regalargli qualche consiglio condito delle sue più gonfie parolone. — Volle sfasciar la ferita, esaminò, palpeggiò, soffiò e concluse che non v'era nulla a fare: ma si dolse in cuor suo, che gli fosse sfuggita di mano una bella occasione di far parlare di sè: “Peccato, mormorava tra' i denti, che non siavi nemmeno una vena rotta: io vi avrei applicato il mio diaspro, infallibile nell'arrestare le emorrogie. Peccato che i dolori sian calmi: sarebbe stato mirabile l'acquetarli di un tratto, ungendo lo stromento feritore con sangue di volpe.„ E simili altre corbellerie, che allora erano pigliate sul serio, anche dagli uomini serj. Ma rassegnandosi nel pensiero d'essere, anche malgrado ciò, compensato generosamente, augurò la buona notte a tutti, e si ritirò nella sua cella. Prima di addormentarsi però lesse una pagina di quel gran filosofo d'Avicenna, dove insegna che quanto si opera al mondo esiste già fuori di esso ne' moti e nelle idee degli astri. — “Tutto sta, aggiungeva egli, nell'aprir l'occhio a segno da veder fino lassù.„ Egli intanto li chiudeva entrambi ad un beatissimo sonno.

Ne' giorni seguenti la salute del conte progrediva di bene in meglio. I cavalieri erano licenziati, e se ne ritornavano a Pavia. Se ne andava pure il medico colla coscienza d'aver fatto molto, per la salvezza del principe e pel bene della patria. Due valletti soltanto dividevano colla castellana e colla governante le cure del convalescente.

XXIV.

Il conte ebbe altre occasioni di parlare da solo a sola ad Agnesina. Egli si valse di tali colloquii per ringraziarla dell'ospitalità ricevuta, per benedire la sorte che lo aveva condotto presso di lei, per esporle nel modo il più schietto qualche episodio della sua vita. — Ma in ogni parola stava l'anima sua. Lodasse la calma presente, o rimpiangesse il funesto passato, Agnese era sempre la mistica eroina de' suoi concetti.

“La più bella virtù di una donna, le diceva un giorno, è la pietà; il più bel pregio della virtù è l'ignorare sè stessa. — Perdonate, o fanciulla, se parlando io oso distruggere questa incantevole inscienza de' vostri meriti; perdonatemi, perchè io non ho il coraggio di tacere e di sembrare un ingrato.„

Un'altra volta, rammentandole il modo un po' brusco col quale aveva interrotte le sue parole a proposito de' cortigiani, — “Agnesina, le diceva, vi parrà strano che, in mezzo a tanta dovizia, io sia solo ed abbandonato come il più misero de' mortali. — Eppure la cosa è così. — Non prestate fede al commovente cerimoniale, con cui fu festeggiata la mia salvezza.„

Agnesina commossa non dissimulava un amaro cruccio nell'udire tali parole. La comprese il conte, e ripigliò:

“Non crediate già, che io metta tutto in un fascio. Il porre in evidenza il male è rendere omaggio al bene — Dei buoni parleremo poscia; ma per trovarli bisognerà escire dalla cerchia di coloro, che mi strisciano intorno.„

“Ma perchè vi circondate di tali persone, quando altre ve ne sono, che vi amano davvero?„, soggiunse la donzella con calore.