“Chiedetelo a vostro padre, all'integerrimo Maffiolo. Egli fu sulla soglia della casa Visconti, ma se ne ritrasse; e perchè il fece a tempo, portò seco quanto aveva di più prezioso: la sua onestà.„
“Allora permettetemi che io dica che voi siete bene a compiangere.„
“Fatelo che ne avete donde. Ogni mia arte è riposta nel saper trarre partito da quella greggia, perchè non sia del tutto improduttiva. Coloro possono diventare le nostre armi, i fili arcani de' nostri negozj; amici non mai. — Ad essi confidiamo un secreto quando ne torna conto che tutto il mondo lo conosca. Accarezziamo con affettata parzialità colui sul quale si vuol far cadere la sfiducia de' compagni. Siamo lieti o mesti in faccia a loro non come lo richiede lo stato dell'animo, ma come c'importa che il mondo ne giudichi. Accogliamo i tristi senza esame e senza paura; ma se ci si presenta un uomo onesto, diciamo tosto fra noi: questo non è il suo posto.„
Agnesina ascoltava con grande interesse e con pari accoramento le parole del conte: ma non ne indovinava la cagione e lo scopo. Lungi dal riconoscere il sentimento che ella aveva destato nel cuore di lui, appena s'accorgeva di ciò che passava nel suo. Era grandemente commossa nel vedere un uomo sì potente e sì mal giudicato, invocare con umile parola la pietà di un'umile fanciulla. — E poichè di pietà il cuor suo non era povero, ella ne era larga fino alla prodigalità; senza pensare, l'incauta, che questo affetto faceva velo ad altro meno innocuo sentimento.
Canziana vedeva, sorvegliava, dirigeva ogni cosa senza giungere a colpire nel segno. Quando in ossequio ai doveri, che le erano imposti dalla sua età e dalla fiducia di messer Maffiolo, seguiva più da vicino i passi della fanciulla, e ne sindacava con feminile sottigliezza ogni atto, ogni sguardo, ogni parola, rinveniva dei dubii (se pur v'era dubio), e si consolava dentro di se ripetendo, che Agnesina era un angelo. Avrebbe però voluto che il padre affrettasse il suo ritorno, e si meravigliava della troppo lunga assenza. Al cadere d'ogni giorno, si pentiva di non avere inviato a Milano un messo per informarlo di ciò che era avvenuto al castello; ed ogni mattina si destava nella certezza che quel dì non sarebbe passato senza rivederlo. Anzi, come talvolta Agnesina erasi mostrata inquieta sul conto di suo padre, ella s'affrettava a consolarla, numerando i molti casi di un'assenza eguale o più lunga; e le parlava de' molti suoi negozj, della sollecitudine, con cui soleva mettersi a discrezione degli amici; e cercava di sollevarla dalla molestia del sospetto.
XXV.
Una volta Agnesina, per rallegrare la mesta solitudine del convalescente, dava mano ad un volume, ed apertolo a caso leggeva una ballata provenzale. Raccontavasi in essa la storia di un grande e generoso principe, che reggendo i suoi vassalli con mitezza e liberalità, aveva guadagnato l'amore di tutti, e s'era meritato il nome di padre de' suoi soggetti. Pure egli era sempre mesto, e dentro sè invidiava la serenità dell'ultimo di essi. E d'onde ciò? Egli amava una donzella ricca d'ogni virtù e bellissima; ma umile per natali e per fortuna. — Quell'amore era inoltre consentito dalla rispettosa vassalla. — Due cuori battevano di un sol palpito; ma un abisso s'apriva fra quelle due esistenze, nè umana sapienza trovava modo di colmarlo. — Che fece il principe?
“Un momento, disse il conte interrompendo la leggitrice, qual consiglio dareste voi a quello sventurato?„
Agnesina, che infervorata nel racconto non aveva conosciuto quanto fosse pericoloso, avvezza alle poetiche fole de' tempi, e a quel perpetuo inneggiare d'amore, che, a forza d'abuso, pareva rendersi innocuo, proruppe con insolita franchezza:
“Io direi al principe: — fra quel trono, che vi circonda di splendore, e quell'affetto, che vi promette felicità, scegliete.... Fortunato chi ha la scelta libera fra due tesori.„