XXVI.
A notte fitta, mentre tutto era quiete, si udì improvisamente un battere concitato al portone del castello, come se alcuno chiedesse in fretta e in furia l'entrata. I cani vaganti facevano eco alla dimanda con urla e latrati.
Il portinajo, sceso a vedere che fosse, spedì un raggio di luce della sua lanterna attraverso ad un uscialetto praticato nell'imposta, e vide che un pellegrino, ravvolto in una vestaccia nera, con un mantelletto cosparso di conchiglie, ed un cappello a tesa larga ed arricciata, picchiava alla più bella col bordone stretto fra le due mani, imprecando e bestemmiando contro i malcreati, che non accorrevano ad aprire.
Il portinajo era uomo abbastanza sollecito; ma l'aspetto dell'arrivato questa volta lo rendeva non a caso meno lesto del solito. Passava egli in esame quell'incognito dal cucuzzolo alle calcagna; vedevagli un viso arcigno e torbido, due occhi che sotto ciglia aggrottate brillavano di una luce infida; rilevava una barba inculta che pareva posticcia; poi un fare misterioso, che gli dava l'aria d'un poco di buono. Tutto ciò, e quel furioso arietare contro la porta, i mille cancri e i cento mila diavoli spediti al suo indirizzo, gli ponevano in cuore qualche incertezza su ciò che dovesse fare. — Ma vinse il dover suo, e diè risposta al chiedente:
“Ohe, ohe, non gettate abbasso la porta — Chi è, chi batte a quest'ora?„
“Che ti pappi il diàscolo, portinajo dell'inferno, urlò il pellegrino; è un secolo che grido ai sordi — Apri.„
“A quest'ora si apre soltanto a chi dice il suo nome e le sue intenzioni — Come vi chiamate, e che volete?„
L'incognito invece di rispondere, interrogò:
“Dimmi, o cerbero sdentato, il signor di Pavia non è forse qui?„
“È qui.„