V'ha degli uomini che nascono così tristi da lasciar credere che niuna legge, nessuna educazione, nemmanco l'interesse, varrebbero a rinsavirli ed a migliorarli. Essi sono nell'ordine morale quello che nella natura fisica sogliono essere certe costituzioni orribilmente deformi, che la scienza oppignora ancor vivi, per esporli a suo tempo in un museo di patologia.
Il nostr'uomo, quanto all'animo suo, era di questo numero. — L'egoismo, la doppiezza, la perversità fuse insieme, facevano di lui il tipo dell'uom malvagio; l'astuzia vi aggiungeva l'arte di usare a proposito e con certa parsimonia i suoi mezzi, onde in caso di mala fortuna poter sempre, com'egli diceva, cascare in piedi.
La sua nascita era un mistero. Nelle vicinanze di Medicina, terra del Bolognese, una povera donna, nello spazzare la neve che ostruiva la porta del suo casolare, vide un bambino appena nato, ravvolto in luridi cenci e deposto in un tegolo, che gli serviva di cuna. — Lo raccolse, lo riscaldò, lo nutrì; e poichè essa aveva una nidiata di figliuoli, ve lo aggiunse, imponendogli il nome di Benvenuto e dicendo: — “che tu lo sii davvero: è un atto di carità, che facciamo: il Signore ce ne terrà conto„.
In quella famigliuola egli era infatti riguardato come un figlio; nè più, nè meno. — Ottenne le più solerti cure durante la fanciullezza; ed una congrua misura di pane e di lavoro nell'adolescenza. — Solo non in egual proporzione gli spettavano le bravate della massaja, e gli scappellotti del castaldo. Perocchè il lupacchino mostrava già i primi istinti della sua natura malvagia, e morsecchiava senza pietà quella mano, che lo aveva beneficato.
Un bel dì (aveva egli dieci anni, ed era incaricato della sorveglianza del porcile) spingendo davanti a sè i due più tondi e più luccianti tra' suoi allievi, diè le spalle alla capanna coll'animo risoluto di non ritornarvi più. Viaggiò tutto il giorno finchè credette d'essersi tanto allontanato da rendere vana ogni ricerca. — Sulla sera si nascose in una foresta; e vi trovò un placido sonno, come se quel giorno fosse del tutto simile agli altri. Il dì vegnente licenziò i suoi due allievi, cedendoli a taluno, che passava: e questa volta non fu indifferente, come nel dividersi da' suoi benefattori; ma tripudiò, poichè intascava non so quante monete.
Da questo momento, egli credette esser libero e ricco: con quello scarso peculio pensò poterla durare tutta la vita. — Miserabile! quel denaro che non valeva ad assicurargli l'indimani, bastava a sviluppare nell'animo suo il germe del male, che ancora vi stava latente. Di là i primi colpevoli desiderj, le voglie imperiose, le indeclinabili necessità.
Esaurite quelle poche monete, e ciò avvenne assai presto, era mestieri procurarsene delle nuove: con ogni mezzo però all'infuori che col lavoro. — Egli sapeva mettere la mano sulla roba d'altri: ma alla arrischiata violenza della rapina preferiva l'arte più sicura di uccellare la buona fede altrui. Possedeva il tetro talento dell'intrigo e il freddo calcolo, che lo circonda d'infallibili mezzi. Tentò le prime prove; vi riuscì, e fe' baldoria: ritentò, fu scoperto e tradutto davanti alla giustizia.
XXVII.
La pena non deve essere vendetta; è il rimedio che la società amministra a' suoi membri infermi, affine di guarirli, o di migliorarli. — Ma come poteva raggiungere sì nobile scopo la legge d'allora, se poco vi si accosta l'odierna? Il carcere nasconde il reo, non lo guarisce; è il palliativo che tempera il sintomo, e lascia vivere nella sua interezza la cagione che lo riproduce. Che anzi in quella fogna, in cui s'ammonticchiano colpe e misfatti, errori della mente e perversità di cuore, la miseria ed il vizio, il germe del male si feconda e vegeta come il seme d'erba cattiva in un letamajo. I più scelerati, che non hanno nulla ad imparare, insegnano; i meno colpevoli, docili alla lezione, a poco a poco ricingono il triplice bronzo, che fa tacere ogni sinderesi; tutti infine, immersi nel contagio, contraggono quella pandemia, che sostituisce all'elemento vitale un'aria satura di veleni.
Benvenuto entrò in carcere cattivo; ne uscì pessimo. — Nella vergognosa scioperataggine della prigione fece dell'abituale tendenza all'ozio una seconda natura; prelibò le lubriche teorie del libertinaggio, vagheggiando il momento di tradurle in pratica; conchiuse infine che il vizio è tale idolo, che ben merita un culto arrischiato. — Con queste idee riguardò nella legge non tanto il nemico che si combatte, quanto l'avversario leale, che facilmente si elude. Alle minacce delle gride e dei bandi oppose il raggiro, la menzogna, lo spergiuro. — Una volta con tai mezzi ingannò i giudici: si sottrasse un'altra all'ergastolo colla fuga: ruppe il bando, mentendo nome ed aspetto: scampò al patibolo vendendo alla giustizia i nomi dei suoi complici.