Saltando a piè pari una gioventù piena d'avventure e d'ignominie, arrestiamoci ad esaminare i primi anni della sua maturità, in cui egli comincia ad essere attore del nostro racconto. Quando si conosce il luogo da cui si parte e quello a cui si arriva, riesce facile l'indovinare la strada intermedia che si è percorsa.

Nell'anno 1369 Benvenuto trovavasi a Pavia. Da qualche tempo egli viveva in pace colla giustizia, non che fosse divenuto migliore, ma perchè si era messo all'ombra di un potente, e sapeva contenersi entro i limiti di quella cauta malvagità, che la legge non giunge a colpire.

Colla giovinezza, passò in lui la sfrenata prodigalità. Voleva essere economo, avendo, com'egli diceva, una numerosa covata di bamboli a nutrire, e ne' suoi bamboli affamati egli raffigurava i suoi viziacci.

Egli era d'alta statura, di forme robuste, di movimenti più rigidi che franchi. Aveva un star ritto della persona, che pareva rialzarlo fra gli eguali, ma che indicava arroganza, non coraggio. Il volto era improntato da certo maschio vigore, che faceva dire a chi lo vedesse per la prima volta: il bell'uomo! ma non vi era chi lo rivedesse, senza apporre una riserva al suo giudizio. Tutti in fine concludevano che il bell'uomo doveva essere un gran furfante. Le tinte floride del viso prevenivano in suo favore; una certa fronte alta e libera lo qualificava uom d'ingegno, ma il suo sguardo era sinistro. Invano avresti cercato discernere il nero delle sue pupille incavate nell'orbita, e sepolte sotto una folta gronda di peli. Guardandolo a poca distanza, le due occhiaje, ravvolte in un'ombra tetra, parevano le luride cavità di un teschio. Le sopraciglia, scendenti nel mezzo del viso e quasi congiunte tra loro, sembravano le misteriose insegne di satana vestito di forma d'uomo. — I capelli, radi a' due lati sulle tempie e scendenti ad angolo acuto nel mezzo della fronte, crescevano rilievo a questa apparenza. — La voce era non più simpatica dello sguardo: cupa, misteriosa, alquanto nasale. Egli or gridava, or parlava sì basso, da non essere inteso; sempre però senza inflessione de' suoni e senz'armonia.

Sulla piazza più frequentata della città, da una impalcatura di legno abbellita all'ingiro delle più stravaganti pitture, Benvenuto, in abito da cantambanco, dispensava alla stupida plebaglia i tesori delle scienze occulte; polveri e boli d'infallibile effetto, di meravigliosa potenza, rimedj per guarire ogni male fino la gelosia de' mariti, filtri per avere degli amanti o mantenerli fedeli, l'arte di rendere sonniloqui i dormienti, e di scoprire i segreti della propria ganza. — Distribuiva a dozzine, a centinaja, amorosi strambotti ed oscene figure. — Leggeva l'avvenire, la buona e la mala fortuna, a chi, stendendo la mano per dargli una moneta qualunque, gli porgeva il palmo da esaminare. — Offriva poi su di una immensa cartaccia, stranamente delineata, il grande spettacolo de' cieli, diviso nelle sue dodici case; mostrava quali erano le potenti, le medie, le infime; e come e quale influsso avessero sulla vita e sulla felicità dei mortali. Il suo uditorio era sempre affollatissimo; e fu allora, che cessò d'essere chiamato Benvenuto, pigliando dalla patria e dalla professione il sopranome di Medicina.

Le sue predizioni erano sempre spacciate con un linguaggio ad arte ambiguo e misterioso; onde, checchè avvenisse, il profeta avesse sempre ragione; il torto era di colui che lo aveva franteso. Sapeva d'altronde che è gran diletto del vulgo l'assistere a ciò che non comprende. Gli bastano le parole tuonanti, la voce stentorea, e i bisticci insensati. — Ei gliene prodigava a bizzeffe.

Intanto spremeva gli spiccioli dalle tasche de' poverelli che accorrevano a lui per sapere, per scoprire, per risanare. Oggi piativano il pane per conoscere se dimani, o l'anno appresso, o prima di morire, sarebbero ricchi; e, confortati dai lieti presagi del ciurmatore, calmavano la fame odierna colle ridenti illusioni dell'avvenire. A questo modo le vili monete, ammucchiate nella soffitta di Benvenuto, formarono ben presto somme considerevoli. A suo tempo egli le cangiava in bei ducati d'argento e in scudi d'oro; ed avviava con essi un altro ben più pingue commercio.

Consisteva questo nel dare a mutuo somme più o meno rilevanti, a chi stretto da urgente bisogno glielo chiedeva colle preghiere, colla importunità. Guai a chi avesse tentato sedurlo con promesse; egli diceva di non voler stringere negozioni con alcuno, ma si compiaceva ad ajutare chicchessia, appena il potesse. — E questo “appena il potesse„ era la chiave de' suoi secreti, la posta del suo illecito gioco.

Non cercava mutuatarj, perchè la gente accorreva da lui, preferendo lasciarsi dar la corda da un tristo, anzichè, togliendo a prestito con tutte le regole del foro, mettere a nudo le proprie vergogne.

Medicina al primo invito, non rispondeva; ad una preghiera, rimetteva la cosa a tempo; e, quando alla fin fine assentiva, non dava adito a parlare di condizioni, dicendo che ve ne doveva essere una sola e semplicissima: quella cioè che i patti del mutuo fossero stesi da lui.