Un dì o, diremo meglio, una sera, perchè era bujo fitto, il ciurmatore s'avviava, come di solito, alla taverna, giurando solennemente entrò sè di mostrarsi altr'uomo da quello che era stato fino allora. — A caso, in quel momento le due camere terrene, che formavano la sala e la credenza del taverniere, erano stivate di gente. S'adombrò sulle prime come alla vista d'altretanti testimoni della sua ribalderia; se ne rallegrò poco dopo, vedendo che tutti avevano gli occhi sul proprio desco; tutti erano infervorati ne' discorsi.

Quel ridotto aveva il più squallido aspetto. — Si discendeva in esso per quattro gradini di mattoni collocati a coltello. Le muraglie cosparse di macchie e di strisce, riflettevano qua e là le tracce ora fosche or lucenti di un'umidità abituale. Il pavimento, coperto di un pattume fangoso, era ingombro de' nauseanti rilievi delle mense. Sfilavano all'ingiro i rozzi deschetti coperti da grossolane tovaglie, su cui erano impresse le glorie dei pasti di una settimana. Dalle lucerne rade e bisunte pioveva una luce sinistra più intensa al basso, nella parte superiore offuscata da una nuvola di fumo, che si svolgeva dai lucignoli negletti. — Era la più bella scena per un pennello fiammingo; ma sarebbe stato ben più serio e svariato tema per un filosofo, che volesse entrare nelle midolle di quella riunione scioperata, e definirne uno per uno i sentimenti, i gusti, il linguaggio.

Medicina al suo entrare, salutò le vecchie conoscenze, e senza accostarsi ad alcuno, andò a sedere in un angolo della credenza, a fianco della porta che metteva ad un corridojo ed alla cantina. — Scelse quel posto, il meno ambito d'ogni altro, per isfuggire agli occhi di tutti, e perchè o presto o tardi per quella porta sarebbe passata Maria.

Per mettere in perfetta quiete ogni possibile apprensione di Bertolino, comandò che gli fosse recato quanto aveva di più squisito, e chiese non uno ma due fiaschetti; non la solita vernaccia, ma la più spumante delle sue malvagíe.

Bertolino, a quell'ordine, metteva sossopra tutta la casa; perchè avventori così splendidi gli fioccavano di rado. Spediva il garzone in cantina, la figlia a cercare biancheria di bucato; ed egli accorreva ai fornelli, dove in una pentolina di terra fumava un intingolo, che non poteva temere confronti, perchè era l'unico.

Il ciurmatore non mangiò; aveva una gravezza sullo stomaco che gli toglieva ogni appettito; ma pur, non volendo dare a conoscere che qualcosa gli frullava pel capo, si finse a meraviglia il diluvione delle altre sere, facendo scorrere a terra quanto aveva sul piatto, ed invitando il cagnuolo della casa a cenare in sua vece. — Fe' miglior viso ai due fiaschi. Il primo bicchiere gli aperse la via agli altri; e con un po' di proposito, se non colla voglia consueta, diede fondo ad entrambi. Però quella malvagía gli sembrava insipida; e se non l'avesse riconosciuta agli effetti, quanto al gorguzzolo non sapeva giudicarla migliore del solito agresto.

Brillava sul volto di lui il fuoco sinistro di quella mezza ebrietà, che centuplica le forze, e lascia sopravivere quanto senno è necessario a guidare un'impresa arrischiata e ribalda. Le sue guance, già di solito colorite, erano ardenti come quelle di un febricitante; l'occhio lucido ed injettato guizzava per ogni dove, codiando tutti e tutto. Le labra imporporate dal vino, sciogliendosi di tratto in tratto dalle strette, cui venivano assoggettate da un convulso digrignare dei denti, mostravano il livido delle morsecchiature, e si atteggiavano in modo da lasciar dubio se preparassero un sorriso od una bestemmia.

L'interno della bettola aveva intanto ripreso un aspetto più tranquillo. Alle grida degli avventori succedevano le calme discussioni. — Un gruppo s'occupava d'una importante sfida coi dadi. I giocatori circondavano il tavoliere, muti se scuotevasi il bossolo, vivi e loquaci al gittare le sorti. Chi non era della partita, arrischiava di traverso una moneta, scommettendo per la fortuna di questo o di quel dadajuolo. Bertolino era del numero; e, per distoglierlo in quel momento dalla sua occupazione, non avrebbe forse bastato un comando di Medicina. — Questi vedeva, e taceva aspettando soltanto che la partita fosse ben bene impegnata.

Il garzone sedato sur una banca, abbandonate le braccia al tavolo ed il capo tra le braccia, dormiva placidamente. — Solo Maria, che pure avrebbe potuto starsene un po' tranquilla, attendeva a riordinare il salotto, a rimettere gli utensili nell'armadio, ad ammucchiare le stoviglie, a ripiegare le biancherie. — Quel darsi moto la faceva essere più sicura; ella sfuggiva con quest'arte all'insistente persecuzione di uno sguardo odioso. — Correva quindi dalla sala alla credenza, da questa al corridojo, e ritornava sollecita per ricominciare la stessa corsa; tutto ciò senza dir parola, senza far strepito.

L'androne era perfettamente oscuro. — Quando Medicina pensò che fosse venuto il momento di mandare ad affetto i suoi disegni, visto che Maria vi si era inoltrata, le tenne dietro a passo leggiero coll'intendimento di raggiungerla in capo ad esso. Quella febre fittizia, che commove la volontà e rinvigorisce la mano, se l'era procurata ad arte, per aver fermezza e coraggio all'opera; ma i piani di questa erano stati concetti e maturati nel completo possesso della sua ragione.