Se alcuno dubita, che Bertolino osasse tanto, gli dirò che quanto ei si dispone ad udire è confermato da tutti gli storici.[10] Solo avrei a confessare di non aver saputo svolgere convenientemente tutto l'apparato delle seduzioni, che tolsero ad un uomo onesto la coscienza de' proprii doveri, e ne pervertirono il senno ed il cuore. Ciò che deve far meraviglia non è tanto l'improviso coraggio di Bertolino, quanto la profonda e sapiente perversità del suo falso amico. — Se l'assassino compie il delitto con un'arma spuntata, il nostro stupore non si arresta alla insufficienza dello strumento, ma risale all'audacia del braccio che se ne valse.
Il dì seguente, verso il cader del sole, dopo un più lauto pranzo, in cui Bertolino bevve a chiusi occhi la sua completa demenza, i due compagni s'avviarono fuor di Pavia, e penetrarono nel parco dei Visconti da quel lato, in cui il ricinto interrotto mostrava dalle sue morse il progetto di un ampliamento.
Ivi esisteva il poderetto del taverniere. — Costui vedeva levarsi sul bruno velo dell'aria i contorni maestosi degli alberi, che egli stesso aveva piantati; vedeva le tracce dell'ultima messe da lui raccolta e le recenti stoppie che aspettavano il nuovo mietitore. Distingueva, ancorchè già fosse bujo, i tralci carichi d'uve, che egli ne' suoi sogni aveva pigiate ed imbottate cento volte. — L'umidità acre e velenosa, che si levava dai campi, gli inzuppava le vesti e gli intirizziva le membra; ma il sangue, rifluendo al cuore ed accelerandone i battiti, rinfocolava i propositi e l'ardimento.
Medicina sapeva che a quell'ora per una di quelle stradicciuole doveva passare il Signor di Pavia di ritorno al castello.
“Animo,„ disse al compagno, accorgendosi che questo era assiderato, e batteva i denti.
Bertolino non gli rispose.
“Animo, dunque, non mi fate il fanciullo.... Ma che avete?„
Il povero uomo non si trovava in istato di dir parola, tante erano le emozioni, che lo assalivano in quel punto. Ben se ne avvide il compagno, e, temendo che il coraggio gli venisse meno in sul più buono, si trasse di sotto alla guarnacca un fiaschetto vestito, e glielo porse, dicendogli:
“Bevetene una buona tirata: qui regna la mal'aria, bisogna cacciare il freddo; chè se vi piglia il granchio allo stomaco, dimani comincereste a piatire colla quartana, e Dio sa fin quando.„
La bevanda, che Medicina teneva in serbo, era un liquore da lui preparato secondo il recipe di Guido Bonatto, il più celebre professore di scienze occulte del secolo. — L'ingrediente principale era l'umor vitreo estratto dall'occhio del gallo; piccolissima dose di esso, quando fosse bene elaborata, bastava ad infondere il coraggio della disperazione nel cuore dell'uomo il più pusillanime. — La sostanza eroica, è bene saperlo, era sciolta nello spirito delle vinacce con aggiunta di ginepro e di genziana. Povera scienza occulta!