L'oste, in mezzo a tanto sbalordimento, e sotto l'azione del doppio veleno propinatogli nelle istigazioni e nella bevanda del ciurmatore, era ridotto ad uno stato di completa ubriachezza. In quel momento egli non aveva ombra di senno: forse avrebbe ucciso la sua diletta Maria, perchè non era in grado di riconoscerla. Di tutta la vita, egli non ricordava che una cosa sola; la sua ingiusta povertà. Un solo pensiero gli regnava nella mente; la ricerca del mezzo più acconcio per ottenere pronta giustizia. — Egli si sarebbe gittato ai piedi del suo nemico implorando grazia in nome di Dio, e per l'amore di sua figlia, colla stessa commozione, con cui lo avrebbe colpito nel petto; purchè ottenesse il suo intento.
Aveva tra le mani un pugnale, senza sapere chi ve lo avesse posto. Aspettava una persona, senza pure conoscerla. La prima creatura, che gli si fosse messa davanti, sarebbe stata la vittima designata. Ma Medicina colle sue infernali ciurmerie aveva scambiate le parti; la vera vittima era l'infelice a cui egli aveva tolto la ragione, e nelle cui mani affidava insidiosamente il ferro dell'assassino.
Medicina, che aveva udito lo scalpitare di una cavalcatura, abbandonò il suo compagno, e si ritirò. A pochi passi alcuni uomini armati lo aspettavano. — Costoro, vistolo e scambiato un segnale per farsi conoscere, s'appiattarono con lui dietro il tronco di un albero.
Il cavaliero avanzava; Bertolino non si curava neppure di nascondersi.
Quando furono di contro l'uno all'altro, questi si scagliò furiosamente contro chi gli passava dinanzi, e, levando la destra, vibrò a caso il pugnale.
Ma la punta, che non poteva far danno perchè ottusa e mal temprata, non giunse pure a toccare le anella della finissima maglia d'acciajo che indossava il principe. Un branco di sgherri piombò sul feritore, e, strappatagli di mano l'arma, l'aggratigliò strettamente. Medicina era il primo e il più zelante tra quelli. Per buona sorte l'infelice prigioniero trovavasi in tale stato di demenza, che non potè riconoscere il suo giuda.
XXXII.
L'indimani di quel fatto fu uno di que' giorni che la storia consegna alla sua più luttuosa pagina, perchè sia feconda di un grande insegnamento.
Quando l'uomo insuperbisce di sè, e s'inebria dello spirito sovrumano che riscalda la sua creta, si specchii in quella: egli troverà di che stupire, di che piangere.
La leggano i posteri finchè l'abbiano scolpita nella memoria; imperocchè se dai fatti gloriosi egli apprende ad amare gli eroi; dalla storia de' suoi traviamenti imparerà assai più: a superare, a vincere sè stesso.