Ma qui sarà meglio che tagliam corto col nostro referendario, e che entriamo noi al suo posto a raccontare meno barbaramente, se non con più evidenza, l'ultimo fatto di quella strana relazione. Ma per ben farci intendere, ci conviene tornare un passo indietro.

Barnabò Visconti, che aveva diviso con Giangaleazzo lo stato e l'eredità del fratello Matteo, non tenendo in comune che la città di Milano, ambiva ad accrescere la propria signoria a spese del nipote. — Il carattere di costui sembrava favorire i suoi disegni; e il primo tentativo non avea fallito; perchè Giangaleazzo mostrava di non aver coraggio di metter piedi in Milano, benchè vi avesse una residenza inespugnabile nella rocca di Porta Giovia.

Se non che, Barnabò colla sua politica astiosa e frenetica (o meglio colla sua nessuna politica) pensava tirare una bellissima posta giocando a carte scoperte; e siccome possedeva tutte le città che occupavano la parte settentrionale dello stato, stimò che nulla meglio gioverebbe ad indebolire il suo consorte, quanto il porglisi accanto sul limite meridionale, acquistandovi qualche terra o città, ed impedendogli di riquadrare i suoi possessi coll'aizzarlo ed inquietarlo ad ogni istante.

Trattò a questo fine con Feltrino Gonzaga della cessione di Reggio; e ne stipulò la compera al prezzo di cinquantamila fiorini d'oro. Somma equa riguardo ai tempi, ed all'importanza del territorio ceduto; scelerata se si pensa all'inconsulto assenso del popolo, che fremeva al nome di Barnabò, e che si disperava al solo dubio di doverne sopportare il governo.

Checchè fosse, Reggio ed il suo distretto divennero proprietà della casa Visconti; e Barnabò, per rassodare il suo dominio, non ignorando che in alcune castella del territorio s'aggregavano de' malcontenti pronti ad una riscossa, quando l'intruso signore osasse intimarne la resa, catturò Francesco Fogliarti fratello di Guido, uno de' più caldi nemici de' Visconti e il più potente fra i castellani di quella terra.

Benchè tra il Visconti ed i fratelli Fogliani non vi fosse mai stata alcuna ruggine, Barnabò ritenne Francesco prigioniero di guerra, come una caparra dell'obedienza dei baroni reggiani. Lo fe' chiudere perciò nel più squallido carcere, privandolo di luce, e di cibo, minacciandogli tormenti e patibolo, quando non sapesse indurre il fratello a sottomettersi al nuovo signore. La sola libertà che s'avesse il prigioniero, era quella di scrivere elegie a' suoi, per dipingere loro il suo stato deplorabile e supplicarli ad averne compassione.

Barnabò, che aveva tutti i requisiti del tiranno, fuorchè la finzione, approvava ed incoraggiava queste veritiere pitture della sua ferocia; perchè riponeva sempre il supremo de' suoi diritti nell'incontrastata facoltà di opprimere; e perchè, in questo caso, valevasi della sua vittima come di un mezzo per indurre i nemici a piegarsi a' suoi voleri.

Le querimonie dell'infelice Francesco Fogliano trovarono eco ne' cuori dei Reggiani riboccanti di un insuperabile odio contro la dominazione del Visconti. Il fratello di lui si confortava colla speranza, che Barnabò non avrebbe osato spargere il sangue d'un innocente. — Ma intanto si preparava a farne vendetta, non a liberarlo.

La resistenza dei Reggiani aveva preso dimensioni le più imponenti; l'ingiusta prigionia di un loro concittadino attizzava gli sdegni. Ai baroni ed ai signori, che l'avevano progettata, si unì parte del popolo; a questa, alcuni cittadini d'altre province. In Milano se ne parlava sommessamente, e non a caso; molti cospicui personaggi vi pigliavano parte da lungi col suffragio, col consiglio, col denaro.

Ma Barnabò sfidò il dolore e l'ira dei Reggiani mandando a morte lo sciagurato ostaggio: ed, aggiungendo lo scherno alla crudeltà, volle ch'egli fosse appiccato alle mura della stessa sua patria.