Ciò era studio in Giangaleazzo, non natura. Col lungo esercizio però, l'abitudine di temperare i suoi intimi sentimenti aveva preso tale consistenza, che a vincerla non bastavano le ordinarie agitazioni della vita.

Ma lo scaltro aveva davanti a sè un tale non meno scaltro di lui. Costretto dal suo difficile mestiere a vendere, non lasciava passare l'occasione, appena gli si presentasse, di comperare. Cedeva a denaro i secreti della corte di Barnabò, quest'era il patto espresso; ma se ne riserbava uno tacito per sè, quello di scovare alla sua volta i secreti del castello di Pavia. Perciò, mentre il conte riannodava le svariate relazioni di Medicina, questi leggeva o pretendeva leggere sul volto di quello pensieri e progetti. E quando i due sguardi, diretti entrambi ad indovinare e scrutare, s'erano incontrati, rimanevano confusi dalla reciproca scoperta, e cercavano di sfuggire col minor scandalo possibile dal comune ritrovo, come due amici che inconsapevolmente s'abbattono a fare la corte ad uno stesso idolo.

Che Medicina non fosse molto addietro in tali arti, lo proverà l'aria patetica con cui aveva intonato la sua relazione: con ciò egli metteva d'accordo le suo parole e i sentimenti di chi l'ascoltava, per spianarsi la via a meritarne confidenza, o per aver la chiave del secreto; e frugarvi dentro e rubacchiarvi a sua posta.

Di costui si è detto più di quanto è necessario per rischiarare i sentieri tenebrosi, che egli soleva percorrere. Pur troppo si dovrà tra breve tornare a lui; ma non ci avverrà mai di dover mutare o correggere il primo giudizio. — Ne incumbe intanto l'obligo di dire qualche parola intorno al conte, di cui fin qui ci siamo occupati solo alla sfuggita. Un'ordinata rassegna delle sue gesta verrà esposta nel séguito: basta per ora un piccolo e fedele abbozzo del suo ritratto morale.

Si è già detto come la sua infanzia fosse accompagnata da felici pronostici: dicemmo che nella sua gioventù egli si mostrò grande amico e protettore degli studiosi; ma, a differenza de' prìncipi della sua epoca, non faceva pompa di trarre dietro a sè un codazzo di piaggiatori saccenti. — Proteggeva l'uomo, per onorare la scienza da lui professata; ed onorava la scienza non perchè fosse una delicatura degna degli agi di un principe; ma perchè da essa aspettava lume e guida per sè. — Onde disse bene, parlando di lui, Paolo Giovio “che presentendo egli tutte le cose, e quelle ancora che erano a venire, pareva che reggesse la fortuna col consiglio[15].„

Splendida era la reggia di suo padre; dal sommo Petrarca all'ultimo giullare, dalle corti d'amore alle facili ghiottorníe de' servi, tutto era principesco e magnifico.

Giangaleazzo sfuggiva a quelle vanità; le giostre e i tornei, per quanto fossero esercizii atti a rassodare la vigoría delle membra, sfruttavano il guadagno nelle tresche e nelle illecebre. Giovinetto abbandonò quindi la corte, e mentre ivi si dilapidava l'erario per iniziare e stringere grandi alleanze spesso fatali a chi è debole, egli impugnava le armi a più nobile scopo; per difendere cioè il retaggio de' suoi, dagli attacchi dell'ambizioso marchese di Monferrato.

La fortuna gli fu alcuna volta propizia, più spesso avversa. Dalla vittoria apprese la scienza delle armi, e contrasse quello spirito guerriero, che doveva un giorno essere l'unico e vero alleato de' suoi grandi disegni. — Ma ben più proficua maestra gli fu la sventura; perocchè niuna lezione è più salutare ai prìncipi, quanto quella che gli vien data dalla fortuna, cieca del pari con tutti. — È bene che l'uomo, dinanzi al quale tutto cede, apprenda che vi ha forza alla quale conviene ch'ei ceda alla sua volta. Da quelle sconfitte dunque imparò egli a vincere: — sul campo alcuna volta; in ogni caso sè stesso.

Benchè non si inebriasse, come gli altri prìncipi della sua casa, al fumo de' grandi parentadi, pure, ossequioso verso suo padre, aderì alla proposta di matrimonio con Isabella figlia di Giovanni il buono: onde illustrò il suo casato col sangue di S. Luigi e colla dote della contea di Virtù. Ma impalmò la sposa e la perdette entro breve tempo; con nozze ed esequie sì splendide, che furono da prima la meraviglia, poi la ruina dei popoli, forzati a pagare quelle prodigalità con insopportabili tributi.

Nei sette anni dopo la morte di suo padre, durante i quali ebbe diviso lo stato con Barnabò, attese a migliorare l'interna condizione dello stato. — Come l'agricoltore, che pone mano ad un terreno derelitto, comincia dallo sbarbicarvi le erbe velenose o parassite, e, ridonando al suolo le sue forze primitive, lo pone in istato d'offrire sùbito e spontaneamente qualche frutto; così il Conte di Virtù, all'intento di migliorare la cosa publica, prima che a fabricar leggi ed a versarle a piene mani, volse ogni sua cura a togliere l'abuso, vera gramigna che impedisce lo sviluppo delle sagge istituzioni.