Cominciò dal principe e dalla corte. — Impose a sè ed alla sua casa una maggior parsimonia nelle spese: distribuì più equamente i vecchi debiti: richiamò, in vigore l'esatta osservanza degli statuti, l'arbitrio dei giudici represse con pene severe; la sua propria volontà sottopose all'impero della legge.
Per tal modo, potè sùbito far gustare al popolo il vantaggio della sua amministrazione. Le prime economie parvero il ritorno alla ricchezza; la cessazione degli atti arbitrarii ebbe aspetto di libertà.
Tornò utile alla buona fama del suo governo la tristissima, che aveva accompagnato quello di suo padre. Galeazzo II succedendo al governo popolare ravvivava in suo danno le recenti memorie della libertà perduta; e il Conte di Virtù, succedendo all'inventore della quaresima, colla sola abolizione di tanti atroci supplizj, appariva il più umano dei prìncipi.
Egli soleva dire che nel maneggio degli affari proprii ed altrui non v'ha miglior cosa dell'ordine[16]. Quest'ordine stabilì meravigliosamente in tutti gli officii del suo stato. E benchè ciascuno di essi fosse diretto ad uno scopo suo proprio, ed avesse spese ed uomini speciali, sicchè poteva agire colla necessaria indipendenza, pure egli, raccogliendo la somma delle cose nelle sue mani, seppe legare in un solo e precipuo interesse le disparate amministrazioni, di modo che tutte convergevano allo scopo supremo, il bene della patria. Se crediamo al citato storico, egli inventò o richiamò in vigore l'uso di affidare allo scritto ogni petizione e reclamo, ogni arbitramento e sentenza. Scomparve per lui quella fatale costumanza di provedere a molte bisogna con giudicati improvisi ed arbitrarii, quasi sempre desunti dalla volontà del principe o maligna per sè, o male interpretata: onde nei rovesci opponevansi rimedj che palliavano il sintomo ma non toglievano il germe del male; e quel po' di bene, se pure poteva chiamarsi con questo nome ogni improvido slancio di generosità, era operato a caso; come vien viene; senza tener conto che il dare all'uno è togliere all'altro.
Le commissioni pertanto, le leggi, le spese erano registrate su grandi libri, per mano di uomini di non dubia fede; e quei registri, a tempo debito, erano riveduti da censori scelti dal principe; ed all'esame del principe venivano sottoposte le operazioni degli stessi censori.
Il Giovio ne dice d'aver veduto quei grossi volumi di pergamena, in cui si registrava l'andamento ordinario d'ogni ramo d'amministrazione. E tale esattezza richiedeva il principe nelle annotazioni, che tutte e partitamente si dovevano registrare le entrate e le spese: particolareggiandole di modo, che, in fin d'anno, non solo si conoscesse quanto erano costate le armi o le opere publiche o la publica beneficenza; ma risultassero altresì le spese fatte pel mantenimento della corte; rendendo stretta ragione degli spettacoli, delle onoranze prestate ai forastieri, e perfino descrivendo minutamente i banchetti e le feste.
Tutto ciò che ai dì nostri è la prima e più ovvia applicazione dei principj economici, era a quei tempi come una mammola colta sotto la neve; perocchè i prìncipi solevano chiamare publica necessità ogni loro individuale desiderio, e, ad appagarli, mettevano la mano nell'erario, riputato inesauribile finchè rimanesse l'ultima moneta all'ultimo dei soggetti.
Ma le istituzioni di Giangaleazzo non miravano soltanto a fondare un sistema di economia; esse preparavano a lui il tesoro della esperienza; ai posteri il materiale per una storia veritiera. Imperocchè solevasi registrare ogni atto publico, ogni importante avvenimento; e si teneva copia di tutte le corrispondenze coi capitani e coi potentati stranieri; onde chi volgesse gli occhi a quelle carte, avesse dinanzi a sè la relazione fedele di quanto era accaduto negli anni antecedenti; e da quella pigliasse norma a deliberare pei successivi.
Da tale procedere, riputato dagli Statisti di quel tempo come un effetto di meschinità e grettezza, nasceva la generale disistima in che era tenuto il suo governo dai signori vicini, e specialmente da quello di Milano. L'esercizio dei diritti eminenti non tolerava il sindacato della publica opinione; quindi la cautela che Giangaleazzo poneva nel prendere ogni deliberazione, il suo rispetto verso la coscienza publica, e infine quel suo dar conto di tutto a tutti, anzichè farlo degno di lode per la sua popolarità, lo accusavano di inettezza e di codardia.
Ben più grave censura si meritò da' suoi emuli, quando negli anni seguenti, con umiltà affatto nuova, abrogò decreti e statuti da lui stesso poco prima emanati; e tali deroghe non pose all'ombra del sovrano suo arbitrio, ma giustificò col peggiore degli scandali, ingenuamente confessando d'essersi ingannato.