Mentre in Milano i più sacri diritti soggiacevano all'incertezza cagionata da un governo pazzamente arbitrario, in Pavia le cose correvano piane; forse troppo piane pei tempi: talmente che la lunga pace, la individuale libertà, la publica sicurezza, mentre tutto il mondo era trambusto ed armi, parevano languore e letargo.

In Milano il clero strillava sotto il continuo flagello di Barnabò. La santa Sede tentò di intimorire il Visconti, scagliando contro lui più volte i fulmini delle censure ecclesiastiche, ed infiammando popoli e prìncipi ad una crociata. È ben noto come Barnabò trattasse i legati del Pontefice, sul ponte di Marignano, quando fè loro scegliere il rinfresco del fiume, o il pasto della bolla pontificia. Altri condannò al rogo, perchè avevano osato muovergli alcun rimprovero.[17] Non rispettò nè amici, nè privilegi; si bruttò d'enormi delitti, di violenze inaudite, ma combattè a oltranza quei pregiudizii, che oggi ancora s'atteggiano minacciosi, e che erano allora tanto formidabili da fiaccare ogni spada, da far chinare ogni testa.

Quanto soffrisse il popolo milanese da quella lotta intestina fra i due poteri, il civile e l'ecclesiastico, non è facile a dirsi. — Un'assoluta neutralità era impossibile dove era in gioco la coscienza; accedendo al clero, temeva esso per la vita minacciata dal tiranno; accostandosi a questo, tremava, a più forte ragione, per la salute dell'anima.

All'incontro in Pavia, le due podestà agivano di buon accordo; per cui il popolo poteva obedire all'una senza incorrere nelle censure dell'altra. — Si dovrà dire per ciò che Giangaleazzo fosse tanto pio, quanto era empio Barnabò? Non torna a conto l'occuparci per ora di tale questione; molto più che bisognerebbe prima chiedere di qual pietà vuol parlarsi. Ve ne ha una che si accoppiò sempre colla più tetra tirannide. Gli atti devoti di Galeazzo II vanno all'infinito; nessun altro principe fu largo, come lui, alla chiesa ed ai poveri: nessuno più di lui fu esatto nell'adempimento dei doveri di pietà. Digiunava una volta alla settimana, e distribuiva in quel giorno l'elemosina di un fiorino a tutti i poverelli in Cristo, per la salute dell'anima sua. In leggere la nota delle sue giornaliere beneficenze, quale ci vien riferita dal Giulini,[18] bisognerebbe dirlo un santo; eppure egli era l'inventore della famosa quaresima.

Il Conte di Virtù, meno pio del padre e assai più ossequioso dello zio, contenevasi tra i due eccessi; ma non si deve perciò fare grande assegnamento su quell'aria contrita ed ascetica, che qualche volta affettava sotto gli occhi del popolo. Per vista di lontani vantaggi egli accarezzava i chierici, perchè nemici del suo vicino e futuri alleati de' suoi progetti. Una brutale schiettezza traeva Barnabò ad inevitabile ruina; era lecito credere che una studiata reverenza avrebbe guidato il suo rivale a miglior meta. Concludiamo che quante volte egli, il più destro politico del suo secolo, confessava la propria pochezza o faceva atto di ossequio dinanzi ad una stola, s'avanzava di un passo verso lo scopo designatogli dalla più efficace delle ambizioni; quella che comanda a sè stessa gli indugi e la temperanza.

XXXVII.

La relazione di Medicina aveva risvegliato nell'animo del Conte ire affatto nuove ed un desiderio ardente d'affrettare le vendette. Ma egli confessava dentro di sè che quella nobile indignazione non era soltanto l'eco di un grido suscitato dalla umanità oppressa. Chiamò il cuore a rendergli stretto conto d'ogni suo riposto sentimento; e, fattosi giudice severo di sè stesso, comprese, che più della sventura di Maffiolo, parlava in lui l'ardentissimo affetto per Agnesina. Cominciò pertanto a diffidare di sè; armò contro le passioni sollevate la vecchia sua prudenza, ed attese da quella lume e consiglio.

“Ciò che ho maturato in secreto, per lungo corso d'anni, diceva egli tra sè, dovrà essere scosso e reso vano da una momentanea passione? Per vendicare Agnesina non bastano le ire; ci vogliono le armi ed il braccio vendicatore. Ora conviene che s'apprestino le prime, che l'altro s'invigorisca.„ — Ritornando poscia a più calmi pensieri, soggiungeva: — “Chi, al posto di Barnabò, avrebbe operato diversamente?... Parliamci franco: io pure coltivo il pensiero d'escire colle mie vittorie dai confini dello Stato, poichè oramai mi sembrano così angusti da soffocarmi. Or bene; se, mentre la fortuna asseconda la mia impresa, sorgesse un uomo od un partito ad attraversarmi la strada, sarei io tanto generoso da perdonare all'uno e all'altro? Ciò che il Visconti di Milano operò per sete di sangue, il Visconte di Pavia non isdegnerebbe operare per mire d'ambizione. I due rivali muovono da punto opposto, ma si appajano sulla via per arrivare forse ad una sola meta. No: la misura non è ancora colma; non si sfrutti il tesoro di una lunga dissimulazione. Il leone torni a rinchiudersi nella sua tana; rida intanto lo stolto che travede in esso un timido cerbiatto. Quando sarà l'ora, a bujo fitto e mentre tutti dormono, uscirà la fiera: i suoi nemici avranno tempo di riconoscerla, non quello di difendersi.„

Con tali pensieri, se non con identiche frasi, il conte di Virtù costringeva al silenzio ed all'obedienza quella passione, che minacciava di condurlo ad un bollore intempestivo. Aggiungeva il nuovo ai vecchi rancori. — Simile ad un uomo avveduto che, meditando da lunga pezza un acquisto importante, ripone nel salvadanajo le economie giornaliere, egli accumulava gli odii, affinchè, compiuta la somma, altro non gli rimanesse che metter mano all'impresa per averne certo successo.

Dopo ciò, le sue indagini, rientrando in un campo più ristretto, lo conducevano a fare a sè medesimo alcune interrogazioni. — Chi mai dovrà informare Agnesina della sua sciagura? con quali parole converrà tessere la tristissima storia di quella notte? quali mezzi infine sarà mestieri adoperare onde mettere al sicuro la donzella dalle conseguenze della disgrazia paterna?...