Erano chiare le dimande ed altretanto urgente il bisogno di rispondere. — Invano invocava egli il ritorno di quelle lunghe ore notturne, consumate in una vuota aspettativa, in cui il tempo soverchiando le cure lo faceva presago di sventure ignote. Era mattino fatto; Agnesina non tarderebbe a venire da lui per la consueta visita. Che dirle? come parlarle?...
Cavò fuori la lettera portata da Medicina, quasi che sperasse da quella un consiglio: come se ne attendesse una inspirazione. Ma lo scritto, nella sua forma esteriore, non diceva nulla: lo guardò, lo riguardò più volte: esso era alquanto pesto e gualcito; ma conservava intatto il sigillo e nitido l'indirizzo.
Gli parve che fosse miglior cosa rimettere nelle mani d'Agnesina la lettera, e lasciare allo scritto la cura d'informarla degli avvenimenti. Erano le parole di suo padre; e chi, meglio di lui, avrebbe saputo trovare il linguaggio atto a scemare il colpo di una sventura sì grande? Chi più di lui, poteva accompagnarla di una pietà efficace e confortante? — Quest'idea però, che a prima giunta pareva l'unica e la più saggia, a poco a poco andava perdendo i suoi pregi, e si spingeva torbida ed ambigua in mezzo ad un mare di incertezze e di sospetti. — Gli parve inoltre che il rimettere nudamente quello scritto alla fanciulla, fosse quanto sostituirsi ad un venale messaggero; operar meno di quello che avrebbe fatto il più negletto conoscente, o l'ultimo servo della casa. S'indispettì con sè medesimo d'avere accolto un'idea che gli poteva fruttare un'aggiunta di mali non meritata; e si pose di nuovo alla ricerca. Non andò guari che gli si affacciò un'altro partito egualmente semplice e per certo più saggio: e il suo volto andò incontro ad esso con un'aria sicura, come al vedere un'amico da cui s'aspetta soccorso.
“Sì: meglio è, pensava, il chiamare Canziana, raccontar tutto a quella buona donna, ed affidare a lei la lettera e l'incarico d'istruire la fanciulla. Colei l'ama come se fosse suo sangue: non si rifiuterà. — È abbastanza destra per guidarla alla conoscenza del vero, senza precipitarvela di colpo; è donna pia, e saprà adoperare quelle parole che rialzano l'anima, e la rendono valida contro le umane sciagure. Alla peggio le aprirà le braccia per accoglierla nel suo seno e piangerà con lei: mentre al mio cospetto forse farebbe violenza a sè, e sentirebbe aggravarsi il peso della sua disgrazia.„
Non è a far meraviglia che anche su ciò il Conte poco dopo trovasse a ridire. — La passione, che per rendersi più autorevole assumeva l'aspetto di prudenza, lo guidava a dubitare della sagacia di Canziana quasi fosse pericoloso il fidare un tanto incarico all'improvida carità di una donna vulgare. Ma pensando alla fonte sospetta, da cui emanavano le sue paure, vergognavasi tosto d'averle concepite. Un sentimento più nobile e disinteressato le combatteva, e riportava su di esso una completa vittoria. — Promise d'affidare tutto alla governante: certo che la donzella, consapevole un giorno di quell'atto di rispetto, gli saprebbe grado d'averle risparmiato la pena di mostrarsi piangente dinanzi a lui. — La donna ama seppellire nel mistero le proprie lacrime, qualunque ne sia la cagione; è questa la più squisita esigenza del pudore muliebre.
Fra tali ed altri simili riflessi, e nel proposito di non avere altro di mira che il bene di Agnesina, concluse con questa saggia verità: colui che negli interessi del proprio affetto, trae partito delle casuali circostanze per avvantaggiarlo, confessa d'esserne indegno.
Ma accadde questa volta ciò che spesso suol essere, quando avvertiti di una vicina difficoltà, ci facciamo ad incontrarla, studiando tutte le combinazioni possibili, e contraponendo a ciascuna di essa i dettami della più scrupolosa prudenza. L'azzardo si compiace di sventare i nostri preparativi; esso ci affretta quell'incontro dove e quando meno vi si pensa; e noi ci troviamo sprovisti e nuovi in faccia agli eventi, come se fossimo stati improvidi e del tutto non curanti.
XXXVIII.
I disegni del Conte si fondavano sulla certezza, che Agnesina, affatto ignara dell'accaduto, gli si presentasse colla calma dei giorni antecedenti. E chi infatti poteva pensare altrimenti?
Ma Agnesina, per un caso fortuito, aveva avuto sentore dell'arrivo di un messo da Milano, e sapeva che egli era stato accolto con grande sollecitudine, e con non minore secreto. Sapeva di più che il medesimo era stato di nuovo spedito a Milano, di tutta fretta, e che se ne attendeva il ritorno prima dello spuntare del sole. Tutto ciò la conduceva a conchiudere, esservi in aria un gran mistero. Ma come poteva ella dubitare che quel mistero racchiudesse una sventura? e perchè quella sventura doveva essere riserbata a lei?