Agnesina rialzò il capo, e stette in attenzione. Il conte proseguì:
“Tutti e due abbiamo bisogno di coraggio — e in dir ciò si tolse sotto l'abito la lettera, e gliela porse — voi per leggere questo scritto; io per assistere alla vostra lettura e per vedervi soffrire.„
Agnesina, nel ricevere quel foglio dalle mani del conte, forse non ne intese le parole, tanta fu repentina e piacevole la commozione che provò alla vista dei caratteri di suo padre. Si ridestò infatti dal suo cupo letargo; una leggiera tinta incarnata le si diffuse sulle gote; e l'occhio già arido ed acceso si velò di una lacrima.
Lesse la soprascritta, e la baciò: rotto poscia il sigillo, dispiegò il foglio. — Forse nel percorrerlo rapidamente, ravvisandolo vergato in tutta la sua lunghezza dalla mano di suo padre, se ne consolò, pensando che il linguaggio della sventura suol essere più breve. Ma quando, chinata sul foglio, stava per incominciarne la lettura, un improviso singhiozzo le si sprigionò dal petto, e le aperse le vie del pianto. — Le fu impossibile il leggere, perchè l'occhio era acciecato dalle lacrime. Smaniosa di ascoltare la voce di suo padre, più volte comandò a sè stessa d'essere forte e di desistere dal pianto. — Ogni buon volere fu vano.
Il conte avrebbe pur voluto trovare una parola per far coraggio alla desolata; ma v'ha parola che eguagli la consolazione del piangere? Ritto sulla persona, egli le stava dinanzi ammirando quella bellissima testa mollemente inclinata, come il fiore sullo stelo percosso dalla gragnuola. Benchè dominato da una commozione profonda e affatto nuova, egli fruiva del libero uso dei sensi, per ammirare le squisite bellezze di quella creatura. Non sfuggiva a' suoi sguardi il tesoro di due brune e ricchissime treccie, che dalla fronte verginale le piovevano alquanto indisciplinate lungo il collo e sulle spalle; velandone in alcuna parte il candore, in altre aggiungendo rilievo alla morbidezza e trasparenza delle carni. Ammirava quel profilo emulo delle opere d'arte, con che lo scalpello pagano tradusse l'ideale perfezione della divinità. Il dolore non aveva involato alcun pregio a quel volto: il pianto era negli occhi e nell'anima, non nelle fattezze. Ma la pietà cangiava l'estasi dei sensi in culto del cuore. Agnesina non era soltanto per chi la guardava la leggiadra donzella, che sparge intorno a sè il profumo della gioventù e della bellezza; era la donna, che si rialza altera ed imponente, come il simulacro del dolore, dinanzi al quale ogni senso ribelle è soggiogato, e si inchina riverente anche un cuore di marmo. — Quella pietà religiosa, che stringeva vieppiù i legami fra il conte e la sua diletta, non era dunque soltanto l'eco fuggevole di un sentimento compreso e diviso; ma diveniva il proposito d'operare a pro di essa, anche a costo d'esserne disconosciuto. — Unica e vera testimonianza d'amore; ogni altra per quanto grande e solenne, può essere nulla più che larvato egoismo. Chi vuol sapere se ama davvero, s'interroghi così: sarei io pronto a divorarmi in secreto, per tutta la vita, i miei affetti, se la felicità di colei che io amo lo richiedesse?... Quando egli senta di poter rispondere affermativamente, vada superbo del proprio cuore.
Fu difatto dietro consigli di un sì nobile disinteresse, che il conte ebbe coraggio di far violenza al pianto d'Agnesina. Egli le tolse di mano lo scritto ormai inzuppato di lacrime; ed a costo di vederla levarsi indispettita contro di lui, volle egli stesso farsene l'interprete e leggerla al suo cospetto. Ciò parrà troppo ardito e, più che ardito, scortese: lo sia pure; ma era saggia cosa l'affrettarle la conoscenza di quelle parole probabilmente gravissime, intantochè la desolata aveva ancora un conforto nel facile pianto. — Quando il dolore giunge a tal grado d'intensità da produrre il delirio, il piangere può dirsi una crisi salutare.
“Agnesina, le disse poi con accento commosso, chiamatemi crudele, ma siate generosa e mi perdonate. Se voi aveste un fratello, ed ei si trovasse al mio posto, non opererebbe altrimenti. Voi non siete in istato di leggere quello scritto; ma è necessario che le parole di vostro padre, che (ed accentuò la frase) forse sono le ultime a voi indirizzate, sieno da voi intese senza ritardo. — Mi concedete la facoltà di leggere questa lettera?„
Agnesina, singhiozzando, rispose, o meglio accennò di sì.