“Un tristo annuncio, così prese a leggere, ti parrà meno tristo se esso ti vien dato da tuo padre. Una disgrazia è sempre più tolerabile, quando non siamo soli a soffrire. O mia dolcissima Agnese, confortiamoci a vicenda; gli sventurati siamo noi.
“Era bella la nostra esistenza, troppo bella perchè non destasse l'invidia della bieca fortuna. Tu avevi nel tuo genitore il più affettuoso degli amici, io in te il più bel tesoro di un padre. — Ci si vuol separati: ebbene mostriamo agli uomini che invano si tenta di dividere due cuori. Il nostro affetto è una religione; noi rassegnati e tranquilli ne subiremo il martirio. Cesseranno di ridere i nostri nemici, quando ci sapran calmi; il nostro coraggio sarà per essi la più salutare punizione.
“Sai che si voleva da tuo padre?... Ascoltami: Quando un uomo ode grida di dolore, e vien da esse condotto sul campo di una lotta diseguale, ove il debole è oppresso e la giustizia è conculcata, che fa egli? leva la voce ed arma la mano contro l'oppressore. Che se questi vince, almeno una parola libera ed alta gli assorda la coscienza; un rimorso funesta la sua turpe vittoria. — Or bene; ciò che dinanzi alla natura è istinto e dovere, in faccia agli uomini può essere una colpa.
“Udrai parlare dei cittadini di Reggio venduti al signor di Milano. Udrai che all'annuncio del turpe mercato la città loro si commosse. — Era forse un atto di condannevole rivolta la protesta dell'uomo, che, in ossequio alla propria dignità, impreca contro un patto sì obbrobrioso?„
Facciamo qui una breve pausa per notare, che tali parole suonarono gradite a chi le leggeva; sia che egli in quel punto avesse scordato d'essere principe e nipote del signor di Milano; o sia che, apprezzandone la rettitudine e l'opportunità, fosse tratto ad ammirare colui che le aveva dettate.
“I cittadini di Reggio trovarono molti amici in Milano: tra questi si giurarono i patti di una cospirazione, che doveva procedere sicura a' suoi fini, da che Barnabò era tutt'occhi e braccia per agguantare e colpire da lungi.
“Tu, mia diletta Agnese, che conosci tuo padre, che sai con quanto cuore egli ami la sua patria e ne esecri il tiranno, tu indovinerai sùbito che il centro di quelle pratiche doveva essere la tua casa. Comprendi ora la cagione delle mie lunghe assenze, e perdona se talora, preoccupato da troppo ardenti pensieri, mi mostrai meno amoroso verso te. — Se ti feci un mistero di tutto, non credere già che io diffidassi della tua saggezza: tacendo, fui padre più che cittadino; troppo mi doleva di ravvolgere la tua bella esistenza nei crucci e nei pericoli di sì grave impresa.
“Ma è bene che tu sappia anzitutto, che tuo padre congiurava contro il tiranno, e combatteva ad un tempo i proprii amici, che, ebri di vendetta, ne chiedevano la vita. Abborro dal sangue, fosse pur quello di chi avesse versato il mio ed il tuo.
“Pensai, e meco pensarono i più saggi, di ringuainare i pugnali; noi dovevamo ferire il nemico nello spirito, non nel corpo; uccidere il principe, e lasciare che l'uomo vivesse per vederne e piangerne la caduta.
“Poichè le antiche libertà della lega lombarda sono perdute per sempre, poichè è follia parlare d'eguaglianza tra uomini, che insurgono ad ogni istante per soverchiarsi a vicenda, almeno la patria nostra abbia quella gloria che si fonda sulla forza e sulla legge. — Potremo avere un principe, senza che noi discendiamo ad esserne gli schiavi. — Galeazzo II e Barnabò si liberarono con un veleno del primogenito Matteo, giustificando il fratricidio col pretesto che è grave e dannosa la triplice divisione dello stato; il popolo, giudice questa volta de' proprii interessi, ripeta egli pure le stesse ragioni: questo duplice riparto, egli dica, ci è fatale, sopprimiamo il governo di Barnabò, e tutto lo stato obedisca al figlio del signor di Pavia, poichè esso è per diritto l'erede legittimo della signoria dei Visconti.