Tradutto al castello di Pavia, il Seregnino credette dover far tesoro della esperienza fatta ivi poco tempo prima. La franchezza, che è l'arma degli innocenti, non lo aveva salvato dai tratti di corda. Egli lo rammentava per istabilire, essere più saggia cosa il metter giù le arie, e meritarsi la compassione de' suoi giudici. Cessò quindi d'essere arrogante, e si fece depresso e piccino come un peccatore ravveduto. — L'austera fronte dell'inquisitore e la logica inesorabile delle sue inchieste, gli strozzarono in gola la bugia, che pur cercava modo di venire in suo ajuto; la vista del cavalletto e della corda gliela riaprì alla confessione piana e sincera delle sue ribalderie.
Ma quella schiettezza, che dinanzi al corpo del delitto diveniva necessità, era da lui condita di parole umili e contrite, poichè sperava di movere a compassione il giudice e di aver salva la testa, e si confortava nella fiducia di trarre allo stesso paretaio Medicina, la cagione de' suoi mali. Compiacevasi di far causa comune con lui; o salvo o condannato ch'ei fosse, non voleva esser solo.
Appena gli furono schierati sotto gli occhi i giojelli, confessò d'averli rubati; accennò quando, dove e come li aveva sottratti.
Se non che, l'un d'essi, ornato delle cifre e dello stemma dei Visconti, fermò l'attenzione del giudice, il quale, con una faccia più minacciosa ed una voce ancora più cupa e solenne, ne domandò ragione al prevenuto. E qui appunto, il processo escì dalla strada piana, e il reo si giovò del bujo per cercare una scappatoia. Senza cangiar stile ed aspetto, cogli occhi sempre imbambolati e la voce svenevole, come se fosse un confidente discreto e non il reo, dichiarò che la storia di quell'oggetto riguardava la vita privata del Conte di Virtù, che quindi non poteva essere svelata ad altri che a lui. Dichiarò d'esser pronto a morire, ma di voler rispettare i secreti del principe; e perciò chiese di essere ascoltato da lui solo, asserendo di essere poscia rassegnato a tutto. — Ei parlava di morire, quando appunto cominciava a credere d'aver sicura la vita.
Le moderne procedure, segnando la via entro cui un giudizio deve passare affine di essere elaborato, provedono alla più facile scoperta della verità, e proteggono gli interessi sociali senza dimenticar quelli dell'accusato. Allora il capriccio del principe e l'arbitraria interpretazione delle leggi per parte del giudice assai spesso legalizzavano le vendette e le prepotenze; ma qualche rara volta ponevano il colpevole in istato d'aprirsi da sè la via alla salvezza. — Perciò appunto in questo caso la dimanda del reo non fu trovata vana e ridicola, come la sarebbe oggidì. Lo stesso principe vi assentì di buon grado; anzi, dopo aver veduto quel gioiello, per quei motivi che il lettore indovina, sarebbe disceso nel carcere del ladro per interrogarlo, se il ladro stesso non fosse stato condotto dinanzi a lui per rendergliene conto. Dopo l'interrogatorio del giudice, il Seregnino fu rimandato in carcere; ma non ebbe tempo di far l'inventario della scarsa masserizia ivi trovata, che comparve il bargello, il quale, aggiustandogli una catena al polso ed alla caviglia della gamba destra, gli ordinò di seguirlo. Attraversarono i due individui un labirinto d'androni, di camerotti, poi per una corte ed un vestibolo, giunsero in una sala terrena, dove stava ad attenderli il principe. — Ad un suo cenno, il giudice, il bargello e le guardie si ritirarono nella stanza vicina, dove attesero, origliando alla porta, la chiamata del padrone.
Il reo, invitato a fare le sue dichiarazioni, forse avrebbe incominciato da capo la storia della sua vita, se il conte non gli avesse tronca la parola, imponendogli di tenersi soltanto a quella parte di essa che riguardava l'attuale sua carcerazione.
Da questo racconto, egli venne a sapere quanto, dopo mille ricerche, e malgrado lo zelo de' suoi esploratori, non era neppure arrivato a sospettare. Per opera di un ribaldo e grazie ad un delitto, trovò Agnese; e la trovò sana, salva, e ancor più degna del suo amore; indovinò i crucci e i patimenti dell'infelice donna, rintracciò la via di poterli, se non rimovere del tutto, almanco alleviare non poco. Fu per la fortuita apparizione di quest'uomo, ch'egli scoperse la verità; e la scoperse in tempo di poterne trarre buon frutto. Per lui conobbe che Medicina non era fedele nemmeno all'oro, che gli veniva prodigato. Ma ciò che più d'altro lo commosse fu il sentire che esisteva un frutto de' suoi amori; e che questo aveva corso un gran pericolo, ed era salvo per un prodigio ancora più grande.
Dopo un tal gioco del caso, poteva il conte pronunciare la meritata sentenza contro quell'uomo, di cui il cielo si era giovato ad un fine così santo? Il merito di questa inattesa soluzione tributò per intero alla mano divina; all'uomo, cieco strumento di essa, non volse l'occhio troppo benigno. — Ma gli fe' grazia della vita[73]. In pena del delitto commesso, lo condannò ad una reclusione senza limite di tempo; in premio del bene che contro voglia aveva fatto, ordinò che la pena non fosse altro per lui che un'occasione al suo ravvedimento. Sperò per tal modo di ritorre dalla via del delitto una creatura che il cielo aveva fatta meritevole di essere a parte della sua providenza. — Il pensiero era nobile, e degno d'altro secolo. Ma la cronaca non ne dice se abbia ottenuto buon risultamento.
Il fatto girò le bocche di tutti gli abitanti del castello. Dall'un canto la mitezza con cui era stato trattato il colpevole, dall'altro la somma vistosa distribuita ai boscajuoli, che l'avevano scoperto e consegnato alla giustizia, erano incidenti contradittorii che davano luogo alle più discordi interpretazioni. — Si riconciliavano i commentatori, asserendo in comune che c'era sotto un grande mistero.
Ma ciò che crebbe la sorpresa di tutti fu la notizia che il Conte di Virtù, dopo aver parlato a lungo col delinquente, chiedeva di vedere la piccola vittima, mostrando per essa una sollecitudine, che non si suol prodigare a chi non si conosce.